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Home Tasse tra politica e tecnica Disuguaglianze distributive e rimedi possibili: un mirato utilizzo extrafiscale dell'imposta
Disuguaglianze distributive e rimedi possibili: un mirato utilizzo extrafiscale dell'imposta PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Il tema delle disuguaglianze distributive, e dell’elevata concentrazione delle ricchezze e dei redditi, è negli ultimi tempi continuamente rilanciato dai media, anche perché le disuguaglianze si sono acuite per effetto della recessione in atto.

Anche se tale disuguglianza dipende da molteplici fattori (come il calo della produttività dovuto alla penuria di investimenti, l’evoluzione tecnologica ed i connessi processi di riduzione degli organici delle aziende, la precarizzazione del lavoro e la riduzione dei salari, indotta anche dalla competizione dei Paesi newcomers), una delle ricorrenti ricette per porvi rimedio è quella dell’uso dell’imposta in chiave redistributiva, con un inasprimento della progressività nella tassazione dei redditi, e l’introduzione di un’imposta generale (progressiva) sui patrimoni. Si noti peraltro che le dinamiche riguardanti redditi e patrimoni sono correlate, ma solo in parte: la percezione di redditi elevati consente ad un soggetto di risparmiarne una quota significativa, accumulando così un patrimonio, ma la concentrazione nei diritti proprietari dipende in misura maggiore da altri fattori, in particolare da quello ereditario. A parte le ricchezze immobiliari, si tratta peraltro di patrimoni investiti in aziende e partecipazioni societarie, in avviamenti inespressi, la cui tassazione pone molti problemi, non solo di “liquidità” del presupposto. Vorrei però qui accantonare le problematiche di tassazione dei patrimoni, per concentrarmi sulla disuguaglianze distributive riferite ai redditi. Ora, se da un lato molti studi registrano un lieve andamento crescente nella quota del prodotto sociale appannaggio della parte più affluente della popolazione (“the one per cent”), verificatosi nel corso degli ultimi decenni, dall’altro alcuni studi - come quello di Nomisma del 6 novembre 2014 (“Una manifattura diversa”) riferito alla situazione italiana – evidenziano un incremento, dal 2007 al 2013, della wage share, cioè la quota di valore aggiunto attribuibile ai redditi di lavoro, dipendente e indipendente, ed una corrispondente riduzione, nell’ordine dell’11 per cento, della quota spettante ai profitti. Come conciliare questi dati, cioè un aumento delle disuguaglianze nella distribuzione dei redditi a scapito dei lavoratori salariati, con la contrazione dei profitti e l’aumento della wage share sul valore aggiunto? La spiegazione più logica risiede nella grande differenziazione esistente all’interno dei redditi di lavoro, con relativo appiattimento dei salari medi e forte incremento delle retribuzioni dei managers in generale, e degli amministratori delegati di grandi società in particolare. Spiegazione, questa, che si salda con un altro dato, anch’esso continuamente rilanciato dai media, ovvero l’impressionamente aumento, registrato nell’ultima fase storica, della forbice tra la retribuzione percepita dagli executive e quella dei loro dipendenti. Insomma, il fattore che più di altri sembra spiegare l’elevata disuguaglianza nella distribuzione dei redditi registrata dalle statistiche dipende dalla debolezza della corporate governance, sia nel settore pubblico che in quello privato, e dall’erogazione di compensi principeschi ai top managers in larga massima non giustificabili sulla base delle performances aziendali, dell’effettiva capacità e bravura degli executive, del valore creato per gli azionisti e gli altri stakeholders. Tanto è vero che le proposte di aumento della progressività dell’imposta si indirizzano proprio a tale fenomeno: per Piketty, ad esempio, rilevata l’incapacità delle regole di diritto societario ad impedire l’erogazione di compensi stratosferici ed ingiustificati, occorrerebbe inasprire la tassazione su tali compensi, con aliquote confiscatorie nell’ordine del 90 per cento, in modo da dissuadere le corporations dall’attribuirli. Un utilizzo extrafiscale dell’imposta di questo tipo, per correggere sul nascere disugugualianze distributive, incontra diversi limiti (su cui rinvio al mio La giustificazione sociale dell’imposta. Tributi e determinabilità della ricchezza tra diritto e politica, Il Mulino, 2014), ma il più severo sembra il seguente: per le sue caratteristiche di universalità, e l’operare del principio di uguaglianza, un’imposta progressiva confiscatoria come quella proposta da Piketty dovrebbe necessariamente essere applicate a tutti i redditi di pari ammontare, cioè non solo a quelli degli amministratori delegati di grandi società, ma altresì a quelli guadagnati da altre categorie professionali e sociali, che però magari sono pienamente meritati, frutto di rischio, inventiva, talento, investimento e capacità apprezzate dal mercato (si pensi ai guadagni di un primario ospedaliero di fama mondiale, di un artista, di un direttore d’orchestra, di uno sportivo, di un architetto internazionale, di un affermato scrittore, e così via), e che sarebbe controproducente e miope “confiscare” utilizzando l’imposta. Se proprio si vogliono utilizzare le norme tributarie per finalità extrafiscali, di contenimento delle disuguaglianze (fermo restando che la redistribuzione si opera soprattutto dal lato della spesa, più che da quello dell’entrata), e se ciò che si vuole contrastare è l’attribuzione di stratosferici e in larga parte ingiustificati compensi agli executive, potrebbe forse essere esplorata un’altra strada, rendendo indeducibili per la società erogante, oltre certi limiti, i compensi agli amministratori, raggiungendo per via fiscale finalità analoghe a quelle perseguite dallo Stato-datore di lavoro con l’introduzione di tetti stipendiali ai manager pubblici. Si tratterebbe di un utilizzo extrafiscale e per certi aspetti dirigistico dell’imposta, che troverebbe tuttavia dei profili giustificativi anche sul piano tecnico-tributario, giacché l’introduzione di un tetto massimo per la deduzione potrebbe essere fondato sul principio di inerenza dei costi all’attività di impresa, non solo nel loro aspetto qualitativo ma anche in quello quantitativo. Si potrebbe cioè stabilire un moltiplicatore, rispetto ad un parametro predeterminato o facilmente predeterminabile (come ad esempio la retribuzione media aziendale, quella risultante dai contratti collettivi, e simili) oltre il quale l’impresa sarebbe sì ancora libera di spingersi nella remunerazione dei propri amministratori, ma senza più poter dedurre il relativo costo eccedente la misura tabellare massima (la cui introduzione avrebbe anche l’effetto di eliminare sul nascere le controversie sull’indeduciblità degli elevati compensi agli amministratori che l’Agenzia delle Entrate, confortata a corrente alternata dalla Cassazione, si ostina a portare avanti). In fondo, un compenso di entità abnorme potrebbe essere considerato il sintomo di un difetto di inerenza del costo, spiegabile solo con logiche diverse da quelle connesse ai vantaggi ricavati dall’impresa grazie all’opera dei propri amministratori. Una norma del genere è esistita in passato, fino al 1986, con l’obiettivo di calmierare i compensi degli amministratori-soci, rispetto alle remunerazioni medie correnti degli amministratori non soci, al fine precipuo di evitare un arbitraggio in presenza di un’imposta, come l’Ilor, che poteva essere dedotta dal reddito di impresa senza però costituire reddito di lavoro tassabile in capo al percettore. Mi rendo conto che la soluzione qui tratteggiata certamente darebbe luogo ad un forte aggravio di tassazione per i compensi eccedenti la soglia, ma la stessa avrebbe il fine di agire in senso dissuasivo, disincentivando la pattuizione di compensi troppo elevati. Certo, questo ancora non canalizzerebbe alcuna somma a beneficio della generalità dei lavoratori, ma nella peggiore delle ipotesi i maggiori utili andrebbero a remunerare maggiormente gli azionisti, e nella migliore potrebbero essere utilizzati per nuovi investimenti o per l’attuazione di piani di incentivazione salariale a beneficio di tutti i dipendenti e non solo degli executives.

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