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Home Tasse tra politica e tecnica Delega fiscale: diversivo o opportunità?
Delega fiscale: diversivo o opportunità? PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Il governo è accusato, da più parti, di essere inconcludente e pasticcione, avvertendo quindi il bisogno politico di battere un colpo, per far vedere che esiste. Solo che i margini di intervento sono modestissimi, le risorse scarsissime, le pressioni mediatiche molteplici e contraddittorie, la fiducia della pubblica opinione sottozero. Si sente il bisogno di

far vedere di avere fatto qualcosa , e il fisco è il terreno migliore per “fare melina”. Il terreno dove è più facile spacciare qualche intervento estemporaneo e scoordinato come una “riforma fiscale”, dicendo “finalmente ci abbiamo pensato e da ora in poi nulla sarà pi come prima”. Tanto, in nessun settore come in quello tributario le classi dirigenti sono disorientate, e si può “vendere mediaticamente” tutto e il contrario di tutto. Un problema, come la mancanza di idee e di punti di riferimento sulla determinazione della ricchezza in materia tributaria, diventa una opportunità politica per prendere tempo, e per far perdere tempo al paese. Inserendo in una deleghicchia senza respiro, alcune normette secondarie, da presentare come storiche iniziative di riforma: basta pensare al paradosso della creazione –per legge- di una commissione che stimi l’evasione fiscale!!. Oppure alla inutilmente raffinata tassazione proporzionale (obbligatoria?) degli utili reinvestiti da piccoli commercianti e artigiani (la tassazione societaria dei pasticceri!). Oppure la creazione di un rito tributario per cassazione, come se il problema fosse il rito e non fosse “il merito” delle questioni esaminate. Dalla delega già si intravede il nulla, che potrebbe riflettersi anche sui decreti delegati, cioè una serie di “leggi provvedimento”, su questioni spicciole, dove magari si “sistemano” questioncine imbarazzanti, ma di scarso respiro, tipo il raddoppio dei termini di accertamento in presenza di reati, oppure le presunzioni di redditualità dei prelevamenti bancari, le percentuali di scostamento dagli studi di settore, le comunicazioni dei beni ai soci. Ma è inevitabile impantanarsi nei dettagli quando non si ha la minima idea strutturale sulla determinazione della ricchezza, contabile attraverso le aziende e valutativa attraverso gli uffici, sul ruolo del legislatore , su quello degli uffici, su quello dei professionisti e su quello del giudice. Gli studiosi devono quindi prendere l’occasione (politica) della delega come un’opportunità di coordinamento tra schemi concettuali della determinazione tributaristica della ricchezza e dettagli pratici su cui intervenire. Cercando cioè di spiegare alla classe dirigente cosa si può fare per legge soprattutto per un intervento più efficace degli uffici sulla ricchezza non registrata, i famosi 120 miliardi di evasione (probabilmente sottostimata) di cui si occupano tutti meno che i professori. Un altro messaggio da trasmettere chiaro e forte è quello della neutralità della determinazione della ricchezza rispetto al carico tributario: prima si calcolano al meglio i redditi, i consumi, i patrimoni, e poi si mettono le aliquote, senza sovrapporre confusamente due piani interdipendenti, ma distinti. Gli scopi della politica sono il consenso e la coesione sociale, mentre lo scopo degli studiosi sociali è capire e far capire, per evitare che l’esigenza di “immagine politica” di cui dicevamo all’inizio abbia il risultato involontariamente gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare nulla. Arriveranno tra breve su questo sito, anche a cura dell’Associazione dei professori di diritto tributario, alcune idee concrete realizzabili con la delega. Che non avrà effetti miracolistici, ma può diventare uno strumento per capire.

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