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Home Tasse tra politica e tecnica Tutti si occupano di tasse..però siamo allo sbando
Tutti si occupano di tasse..però siamo allo sbando PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Spesso  dico che "il fisco puzza dalla testa", e questa espressione sembrerebbe  preludere al solito ritornello "la colpa è del legislatore, dei politici ladri, a proposito salutiamo il sottosegretario che ci ha onorato  della sua presenza ed auspichiamo una rapida iniziativa legislativa al riguardo". Invece la testa non è la politica, sono gli studiosi sociali del settore, cioè quei pochi  che dovrebbero 

 organizzare, coordinare le riflessioni compiute, in questo  settore, dalla classe dirigente, dai mezzi  di informazione , dagli uomini delle istituzioni politici compresi. Invece gli studiosi sociali quando  va bene, fanno  solo  gli avvocati, oppure sono  imbambolati o un vario  misto  dei due. Senza punti  di  riferimento l'opinione pubblica è, nel settore, completamente allo  sbando, anche perchè non può fare da sè, come magari riesce a fare in settori più accessibili, come il diritto privato o quello penale. Ecco quindi  che di diritto tributario  scrivono  tutti Bortolussi e la CGIA di Mestre (due volumi) , Roberto Ippolito (Evasori, Chi come quanto, l’inchiesta sull’evasione fiscale, Bompiani, 2008), Nunzia Penelope, Soldi Rubati, Ponte alle grazie, 2011, Giuseppe Pignataro (Riequilibrio e rilancio, il sole24 ore 2012); Leonardo Facco, Elogio dell'evasore fiscale, Aliberti editore, 2009; Bruno Tinti, la rivoluzione delle tasse, chiarelettere, 2011; Alfredo Faieta, Grandi evasori, editori riuniti, 2012; Dino Pesole, Il patto  fiscale, 2012, Luca Ricolfi, La repubblica delle tasse, Francesco  Delzio, Lotta di tasse, Rubbettino, 2012. Posso essermene dimenticato qualcun altro, di questi  libri sensati, creativi, ma scritti da gente che fa altre cose, ha delle intuizioni, le mette in un libro e se ne va, senza poter coagulare un dibattito. Perchè la creatività non basta, occorre essere esperti, come dicono in questa lettera allegata al sole 24 ore di oggi. Ma gli esperti sono cerebralmente morti, sotto "i materiali normativi", il "dato legislativo", i più svegli sotto la pratica professionale, e quando  qualcuno comincia a "parlare di cose" lo fa in modo sguaiato, e poi si riaddormenta dietro  la professione. E' un danno  collaterale, macroscopico, in una materia complessa, dell'appiattimento  del diritto  sulla legislazione. Un'opinione pubblica senza punti di riferimento  in materia tributaria, esprime una politica schizofrenica. Il fisco puzza dalla testa ma la testa non è la politica , sono quelli che dovrebbero pensare. La politica non ha il supporto  della tecnica, dispersa tra i dettagli professionali e lo sproloquio politico-sociale. 

Il Sole-24 Ore - 2012-10-14 - Pag. 22


Caro Professor Casati,
nell'ultimo «Domenicale» lei scrive che il problema della creatività è risolto: l'azione creativa non si esercita a caso, ma solo nei campi su cui ci si è formati; di cui si sono apprese le regole. Genio e sregolatezza non è un binomio gradito; su questo sono d'accordo con lei. Verrebbe però da pensare che, più che quello dell'essere creativi, si sia risolto così il problema dell'essere poliedrici, o peggio eccentrici. Come la mettiamo, infatti, con il caso di due persone, entrambe conoscono in profondità una determinata disciplina (pratica o teorica), ma solo una delle due fa compiere a quel campo del sapere il fatidico balzo in avanti che può a buon diritto rivendicare il titolo di contrassegno della creatività? Haydn conosceva la musica quanto Mozart; eppure, e parliamo di due sommi musicisti, riconosciamo il genio più in Mozart che in Haydn. E, aggiungo, il modello di musica che aveva in mente Haydn era altrettanto valido, come punto di partenza per un percorso creativo, di quello mozartiano; Beethoven, allievo di Haydn, è partito proprio da lì. Torniamo, insomma, a quella distinzione, avanzata per la prima volta da Noam Chomsky e ripresa in Italia da Emilio Garroni in un bel saggio ripubblicato qualche anno fa, tra una rule-governed creativity e una rule-changing creativity. C'è, mettiamola così, una regola che ci permette di stabilire a priori se siamo di fronte a una creatività che parte da regole, ma può anche arrivare a modificarle, oppure il nostro resterà sempre un riconoscimento a posteriori? E come la mettiamo con quei casi, come Leonardo? Leonardo era un poliedrico, ma non era certo un eccentrico; però è vissuto in un'epoca più povera della nostra quanto a steccati disciplinari. Possiamo ipotizzare che Leonardo fosse proprio uno scienziato-artista in cerca di un maggiore rigore del sapere e riconoscere proprio in questo tratto il suo genio creativo. Ma resta, e ancora più bruciante, il problema, perché allora dovremmo ammettere, alla luce del "caso Leonardo", che una creatività "rigorosa" è possibile anche in assenza di un chiaro orientamento disciplinare; anzi lo anticipa e lo rende possibile, in virtù, forse, di un potere di vedere le regole là dove queste non sono ancora state codificate.
Dario Cecchi

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Caro Dario Cecchi,
La ringrazio molto per
il commento. Posso riassumere quanto ho detto in una frase: essere esperti è una condizione necessaria e non sufficiente per ottenere risultati che vengono poi giudicati come creativi, o risolvere in modo creativo un problema. Per cui è abbastanza inutile aspettarsi risultati creativi da persone che non sono esperte. Per poi decidere se x sia più creativo di y, a parità di condizioni, ci si deve intendere su che cosa stiamo misurando e come lo misuriamo. Questa misura mi sembra sconfinare nel soggettivo se andiamo a paragonare gli "overachievers" come Haydn e Mozart, Wittgenstein e Husserl, Einstein e Planck. Non vanno dimenticati anche gli elementi aleatori che possono spiegare i risultati di questo tipo di competizioni retrospettive. Come ha sostenuto efficacemente lo psicologo Johnson-Laird, la creatività è un processo lamarckiano, in cui le soluzioni vengono generate rispettando un'enormità di vincoli, e possono venir selezionate in modo casuale. Questo vuol dire che il modello darwiniano che spiega la miriade di soluzioni creative che hanno permesso agli organismi biologici di adattarsi al loro ambiente non funziona bene nel regno culturale. L'evoluzione ha un'enorme riserva di tempo a sua disposizione e può giocare a dadi tante volte quanto le pare; sono i vincoli ambientali a decidere quali soluzioni funzionano, e tanto peggio per gli scarti – l'evoluzione tira dritto perché può permettersi di non curarsene, non avendo nessuno scopo. Invece scrittori, matematici, ingegneri, musicisti e ricercatori hanno a disposizione i pochi anni della loro vita e uno scopo ce l'hanno; giocare a dadi è escluso;
per cui devono introiettare dei vincoli su quello che potrebbe o non potrebbe funzionare, e far tesoro degli altrui tentativi; ovvero formarsi, studiare, impratichirsi di una tecnica. Per dare un'idea della differenza, si pensi a una teoria implausibile dell'inventività culinaria. Un cuoco darwiniano getterebbe ingredienti a caso
in una padella, prenderebbe nota della ricetta, e scarterebbe via via tutte le ricette che gli hanno fatto perdere clienti. Non funziona così: i cuochi sono tutti lamarckiani, perché
si zavorrano di decine di vincoli prima
di mettere le mani in pasta. Ma una volta che cuochi, architetti, pittori producono la loro opera, che cosa fa sì che questa venga poi riconosciuta come creativa e passi l'esame del tempo? Decine di migliaia di opere letterarie di probabile buon livello vengono pubblicate ogni anno, ma poche salgono all'Olimpo, e non esiterei ad attribuire
al caso una grande responsabilità (o più cinicamente a circostanze esterne meno nobili del caso). Migliaia di articoli scientifici escono ogni anno in quasi ogni settore disciplinare, e i grandi passi avanti possono dipendere dal momento in cui uno è entrato nell'agone come da mille altri fattori. 
Riscrivere le regole? Forse. Ma non è facile, e il caso di Leonardo mi sembra che possa venir usato per mostrare il contrario di quello che lei intende sostenere. Agiografia a parte, non si tratta di un grande scienziato, anche perché gli è mancata la capacità di formulare delle vere e proprie teorie. L'uomo non
aveva basi matematiche eccelse, non era
nato al momento giusto, per inclinazione
era distratto da osservazioni curiose
ma irrilevanti, e non c'era un contesto istituzionale che potesse dar valore alle sue migliori osservazioni. Non è Leonardo che ha fatto avanzare la scienza, o che ha riscritto le regole. Dove ha dato il meglio di sé è nella pittura, e lì le basi non gli mancavano certo
(a bottega, prestigiosamente, da Andrea
del Verrocchio).
Roberto Casati

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