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Il ruolo dei commercialisti contro l'evasione? C'è già PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

I commercialisti, come categoria, sono professionisti, non studiosi sociali, e quindi la loro funzione è "operativa", "pratica", relativa ai problemi dei clienti in relazione a

 veri e propri rompicapo normativi. Non spetta alla massa dei commercialisti sistematizzare i concetti relativi alla determinazione dei tributi, nè essere quel punto di riferimento di cui la pubblica opinione e le classi dirigenti hanno bisogno per organizzare e coordinare le proprie riflessioni sulla diversa determinabilità della ricchezza, l'adempimento e l'evasione, le contestazioni interpretative, la scoperta di materia imponibile non registrata etc.. Su tutti questi argomenti le classi dirigenti si formano idee di massima  che vanno coordinate e focalizzate ed in questo compito, per ragioni generali indicate in altri post , l'accademia dei giuristi ha fallito, nè le accademie degli economisti sono preparate a rispondere, trattandosi di questioni relative al mondo delle istituzioni, non al mondo delle aziende e del mercato. Se non si capisce la determinazione dei tributi, e la si spiega con onestà, disonestà , senso civico, moralità, educazione civica e via enumerando, si pongono le premesse per travisare il ruolo del commercialista. Che secondo un filone diffuso nell'immaginario collettivo diventa "quello che aiuta gli evasori a non pagare le tasse": che questa idea sia diffusa nella pubblica opinione emerge anche nelle esortazioni del commissario dell'anticorruzione Raffaele Cantone intervenuto, con un collegamento telefonico, a un convegno promosso dall'associazione dei commercialisti su 'Etica e legalità'. Secondo il magistrato, i corpi intermedi, tra cui gli ordini professionali, «possono svolgere un ruolo determinante per mutare la mentalità, ma - ha aggiunto - purtroppo in questi anni non hanno dimostrato un impegno particolare, non si sono dati regole deontologiche molto significative». Riferendosi in particolare al ruolo dei commercialisti, Cantone ha affermato che potrebbero svolgere un compito importante per quanto riguarda «l'educazione al pagamento delle tasse contribuendo così al contrasto all'evasione fiscale e al rispetto delle regole».

Queste affermazioni confermano l'impossibilità di capire il ruolo dei commercialisti nella determinazione dei tributi senza una idea, adeguatamente diffusa nella pubblica opinione, di una idea adeguata sulla determinazione dei tributi.  Il commercialista non è infatti il direttore amministrativo che gestisce gli incassi dei propri clienti, la cui evasione si colloca a monte dell'intervento del commercialista, il cui ruolo è chiaramente solo quello di mettere in ordine e classificare secondo legge quanto il cliente decide di dichiarare. L'evasione avviene insomma " a monte" del commercialista, che spesso cerca di evitarla inducendo almeno i clienti ad essere coerenti, anche perchè in questo modo il commercialista evita future contestazioni al cliente, sue recriminazioni  e contenziosi comunque antieconomici professionalmente, visto l'impegno di tempo che richiedono , per somme generalmente modeste. Me la sentirei di affermare che una buona percentuale della ricchezza emersa dove le aziende non arrivano è dovuta all'intervento dei commercialisti, non nell'interesse generale, in una specie di pedagogia sociale, come se dovessero impartire gratis ripetizioni di educazione civica a clienti che già hanno le proprie idee del Paese. La tassazione attraverso i commercialisti, che già fiancheggia quella attraverso le aziende, è una esternalità positiva dell'interesse proprio degli stessi commercialisti ad una snella e cauta gestione della propria attività. Indurre i clienti a correre rischi fiscali non conviene ai commercialisti, perchè i benefici ricadono solo sul cliente, essendo i commercialisti pagati a forfait, non in relazione a risparmi fiscali. Invece le grane dovute a un controllo del fisco sono condivise, come dicevamo sopra, col commercialista, che deve sobbarcarsi lamentele, lavoro imprevisto, tutto da inventare (le contestazioni ai clienti sono tutte diverse, poco "seriali") e per di più sottoremunerato almeno quando si tratta, come nell'assoluta prevalenza dei casi, di piccoli commercianti e artigiani. Qualche volta i commercialisti possono accorgersi che i dati riportati dai clienti sono economicamente incoerenti, ma che dovrebbero fare? Forse denunciare i clienti al fisco solo per quello che i clienti loro dicono?  Possono solo chiedere al cliente di ripristinare coerenza, ma come farlo dipende da lui perchè i commercialisti , a differenza dei direttori amministrativi, non hanno mansioni gestionali nelle attività dei loro clienti. Certo, potrebbero fare la paternale, la predica per l'onestà fiscale, ma il cliente non li paga per le prediche, che sarebbero a fondo perduto, in quanto la coscienza fiscale di ciascuno non dipende dal commercialista, ma dall'ambiente in generale, dai mezzi di informazione, dalla politica, dall'efficienza dei servizi e sopratutto dal controllo del territorio da parte del fisco. Se questo controllo manca perchè mai dovrebbe essere il commercialista , pagato dal cliente, a recitargli gratis sermoni sull'onestà fiscale?  Mi rendo conto che anche gli organi direttivi dei commercialisti sono molto impegnati a fronteggiare le istanze specifiche della categoria  e il mantenimento della sua coesione, però è bene contribuiscano a spiegare gli aspetti della determinazione dei tributi che possono essere compresi dalla pubblica opinione, perchè solo così potranno valorizzare il proprio ruolo. Solo così potranno contribuire alla consapevolezza sociale sulla determinazione dei tributi, che è la premessa per avere norme, mentre senza ci sarà solo confusione.

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