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Home L’evasione degli autonomi "Evasione di necessità" e determinazione della ricchezza
"Evasione di necessità" e determinazione della ricchezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

La frase di Stefano Fassina non fa altro che riprendere una formula utilizzata spesso, ed evocativa, che tende a riequilibrare le recriminazioni sociali legate alla spiegazione "criminalistica" dell'evasione, come se fosse

una "perversione privata dei contribuenti" , anzichè una disfunzione pubblica del sistema di determinazione della ricchezza ai fini tributari. I commenti sono diversi ed estemporanei, qualcuno plaude criticando il "partito della spesa pubblica", mentre altri si scandalizzano. Ciascuno, comunque, si presenta come se avesse la verità in tasca, confondendo una situazione già complessa. Fassina coglie senza dubbio alcuni aspetti reali, sia pure in modo riduttivo ed inesatto, come mette in risalto la Lega per l'equità fiscale (vedi il sito LEF), rilevando correttamente che se si guadagna poco diminuisce la quota prelevata dal fisco. Quindi, in linea di principio, a parte alcuni tributi in cifra fissa (TIA TAres-IMU) è sbagliato dire "se pago le tasse vado in perdita". Però può avere senso dire "se pago le tasse non mi conviene più lavorare rispetto all'impegno, al rischio e al tenore di vita della mia famiglia". E' un miscuglio "di necessità e di possibilità" , dove la diminuzione del dichiarato migliora fortemente il tenore di vita, visto che le aliquote salgono già molto a livelli di reddito bassi, ed il controlli sono privi di sistematicità su queste aree. Quando gli incassi netti, pagati i costi e prima delle tasse sono modesti, tipo 80 mila euro, pagare su 30 o pagare su 70 mila (un pò di cuscinetto credo se lo prendano tutti quelli che possono, vedi questo post) fa una bella differenza in termini di tenore di vita. Consente ad esempio una settimana bianca, mantenere la seconda casa, un figlio studente e bamboccione, lo shopping della moglie, e tante altre abitudini "da ceto medio", da borghese commerciante o artigiano, che altrimenti salterebbero. Nè Fassina nè i suoi critici capiscono che non è un problema di onestà e disonestà , ma di determinazione della ricchezza dove le aziende non arrivano a fare da esattori del fisco, nè esistono grandi rigidità organizzative che ostacolano la tendenza di massa a nascondere ricchezza al fisco. Però i critici di Fassina continuano a non capire che non è un problema di civiltà o inciviltà, e che le imposte si chiamano così perchè qualcuno "le impone". All'operaio alla catena di montaggio, che sarebbe ben felice di fare come l'artigiano, la tassazione è appunto "imposta" dal datore di lavoro, in genere una azienda. Fassina ha avuto il merito di intuire quanto avevo rilevato da tanto tempo, cioè che "da soli si evade bene, ma i soldi veri si fanno organizzando il lavoro degli altri".  Il lavoro indipendente "di lusso", in genere si rivolge infatti ad aziende e istituzioni, che praticano le ritenute e pretendono fattura. Per questo i testimonial dell'agenzia delle entrate tipo fiorello pagano tutte le imposte e dichiarano di guadagnare tre milioni e di lasciarne la metà al fisco; bella forza, perchè con quella metà lì campano bene lo stesso. Provate un pò a dirlo a chi gira l'Italia a fare serate e feste di compleanno per poche centinaia di euro. E capirete che anche l'onestà fiscale , se nessuno ci richiede le imposte, è un lusso per benestanti, come tanti radical chic aristo.dem. In genere però, per il comune commerciante o artigiano, l'onestà fiscale è un "secondo obiettivo" , soddisfatto quando le suddette esigenze di tenore di vita sono sistemate. E' questa l'evasione di sopravvivenza, alimentata da un controllo del territorio inesistente sulle piccole attività, e che si disperde nel tutoraggio delle aziende. Se il lavoratore indipendente chiede alla moglie di pagare più tasse e ridurre il proprio tenore di vita, lei gli può chiedere "ma perchè , hai visto in giro ispettori del fisco?". Lui deve rispondere di no, però dirà di avere visto Befera in Televisione, che parlava di Ser.p.i.co, al che lei gli consiglierà di andare a letto con Befera, con Ser.p.i.co o tutti e due. L'operaio alla catena di montaggio non si lamenta del peso fiscale, in quanto  neppure ha i presupposti per  evadere su una quota dello stipendio. Egli accetta però subito secondi lavori in nero, o affitta in nero casa della suocera. Insomma, ognuno fa quello che può, tutti si arrangiano e Fassina ha semplicemente capito che il moralismo becero spacca inutilmente un'Italia in cui tutti, con sfumature diverse , si comporterebbero più o meno nello stesso modo. Anzi, il moralismo becero, drammatizzando la determinazione della ricchezza, favorisce l'evasione, e spinge i controlli sul regime giuridico della ricchezza palese. Fassina, sia pure senza rendersi conto, intuisce che l'evasione non è una perversione privata, ma una delle tante disfunzioni dell'intervento pubblico. Che non si deve ridurre, dissento in questo da Panebianco che pure apprezza Fassina, ma si deve far funzionare bene, perchè è la più grande azienda italiana. Sia per quanto riguarda l'istruzione, la sanità, l'ambiente, i beni culturali , la viabilità, ma anche la determinazione della ricchezza ai fini tributari.  Anche qui non serve privatizzare, ma serve rendere efficiente l'intervento pubblico.

 

Commenti

avatar Giuseppe Gargiulo
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In perfetta sintonia con quello che rilevi tu, Raffaello, commentando la recente presa di posizione di Fassina, ricordo - ritenendolo una utile conferma empirica - questo articolo che segue pubblicato nel 2008 su sito la voce:

EVASORI IN EQUILIBRIO
di Bruno Chiarini e Elisabetta Marzano 04.07.2008


L'evidenza empirica mostra che....E' come se ciascun agente osservasse l'aliquota richiesta dal governo, decidesse qual è quella tollerabile e adattasse il reddito dichiarato in modo da ottenere l'aliquota desiderata sul reddito effettivo. Non a caso la penalizzazione per i contribuenti virtuosi appare invariata nei decenni, col passare di generazioni e governi

Ovviamente - aggiungo io - la scelta di determinare la quota di reddito disponibile effettivo da destinare al pagamento delle imposte, manipolando e/o adeguando conseguentement e il reddito dichiarato, dipende non da onesta o disonesta del singolo contribuente ma dai ben noti fattori strutturali da te evidenziati, che rendono facile l'evasione, in assenza di adeguati meccanismi di richiesta delle imposte da parte dello Stato e delle sue amministrazioni (dove le aziende non arrivano) ...


http://archivio.lavoce.info/articoli/-fisco/pagina1000491.html
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