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Morte di un capro espiatorio: era una ladra anche lei? PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Isabella, barista con quattro figli, di trentacinque anni, gestiva un caffè non lontano da casa mia, scrive Il messaggero  (vedi infra), ed è morta l'altro giorno in metropolitana verso le sette del mattino, alzandosi alle quattro per arrivare da fuori Roma, dove le case costano poco. Probabilmente, come lavoratrice indipendente, con quattro figli, faceva  anche lei un pò di cresta

al fisco sui ricavi. Quindi  meritava i soliti appellativi di ladra e di  "nemico pubblico", visto  che siamo in guerra contro gli evasori. Anche lei apparteneva alla categoria dei moderni capri espiatori mediatici   di una macchina pubblica che il dilagante legalismo senza buonsenso, rende incapace di tutto. Dalla sanità ai trasporti, all'istruzione, compresa la richiesta delle imposte dove le aziende non arrivano. Quindi nessuno chiedeva le imposte alla povera isabella , salvo la gazzetta ufficiale, senza nessuna presenza sul territorio e lei probabilmente preferiva dar retta ai bisogni dei figli, che volevano  mangiare e vestirsi, anzichè alla gazzetta ufficiale e alla "lotta all'evasione in televisione". Ed è morta in metropolitana mentre andava ad aprire il bar. Lei non la poteva mica chiedere le legge 104, nè portare il certificato medico e butttarsi  malata. Chissà se aveva letto  le pubblicità dell'agenzia delle entrate sull'evasore  "Parassita della società" e si era sentita così, sapendo di aver sotto sotto magari evaso un pò anche lei. 

Agli occhi  di molti, e al di là della solidarietà,  la sua storia lancia un messaggio chiaro agli aspiranti furbi: trovarsi  un impiego pubblico e una volta raggiuntolo prendere lo  stipendio  facendo il meno possibile. Secondo un vecchio teorema, diffuso e ripetuto da Giuliano  Amato alla presentazione de "Il salasso", il libro di Pesole a proposito  delle sue esperienze personal. Secondo questo teorema  gli impiegati pubblici teorizzano che lo stipendio  sia un diritto "per aver vinto  il concorso". Una sinecura. Dopodichè il lavoro -se proprio lo si doveva fare- doveva essere "pagato a parte". Quindi  per favore spieghiamo all'opinione pubblica che la ricchezza non registrata al fisco dipende da "rigidità-flessibilità e richiesta delle imposte", che si chiamano imposte perchè qualcuno passa , stima la ricchezza e le impone. E torniamo appunto  ad Isabella, che mai e poi mai avrà visto passare dal bar di Via Nocera Umbra qualcuno che confrontava le caratteristiche del bar con la sua dichiarazione dei redditi, svolgendo la pubblica funzione, valutativa, di determinare la ricchezza ai fini tributari. No ragazzi, l'evasione non è una perversione privata, ma un fallimento del settore pubblico, come nella sanità, nei trasporti, nella sicurezza, nell'istruzione, nell'ambiente, nella giustizia. Siccome c'è bisogno di un capro espiatorio di questi fallimenti, diamo la colpa "agli  evasori". Il partito della spesa pubblica dice che se ci fossero stati i soldi evasi avremmo potuto  fare di più e meglio. Ma vogliamo dire la verità? Se negli ultimi decenni l'evasione, per un miracolo  divino a parità di macchina pubblica,  non ci fosse stata, e fossero entrate migliaia di  miliardi di euro in più, la macchina pubblica avrebbe sprecato  pure quelli. Perchè chi non sa riscuotere non sa spendere.

Se Isabella fosse stata tedesca , avrebbe ricevuto la visita di un funzionario del fisco, che -a occhio e croce- le avrebbe stimato  un reddito  del Bar, senza chiederle tangenti. Avrebbe pagato di più e non credo ne sarebbe stata contenta, ma avrebbe avuto anche trasporti pubblici più umani, assistenza per i figli, controlli sanitari efficienti che le avrebbero  forse risparmiato la morte, ma  torniamo alla sua storia ripresa dal messaggero del 26 novembre (qui di seguito) e da Massimo Gramellini su La Stampa.

ROMA - Le spalle curve per il peso dello zainetto, il cappuccio per proteggersi dal freddo, il volto basso a nascondere occhi grintosi e la penombra di un dolce sorriso. Abitava davanti al mare, a Torvaianica, ma non c'era tempo e neanche luce per vederlo. Quandopartiva da casa per raggiungere Roma dove gestiva un bar era ancora buio. Buio anche quando tornava. «Il mare? - diceva con ironia ai suoi affezionati clienti – È da mesi che non lo vedo».

VIDEO INTERVISTE

LA SOLIDARIETA' DEI LETTORI DEL MESSAGGERO.IT

Isabella Viola, 34 anni, mamma di quattro figli, si svegliava ogni mattina alle 4 per andare a lavoro in via Nocera Umbra, nel quartiere Appio Tuscolano. Il bus del Cotral che percorre la Pontina spesso inghiottita da voragini, l'arrivo alla stazione Laurentina, poi metro B, cambio a Termini per entrare nei vagoni affollati della linea A fino a Furio Camillo. Isabella era uno dei volti stanchi che si incontrano sui mezzi pubblici, stretti tra le smorfie per leattese infinite delle corse saltate. Ma Isabella non mollava, sorrideva, pensava alla sua splendida famiglia, ai suoi quattro piccoli, all'amore per il marito. Questa è la sua storia, la storia del Paese reale, di chi lotta per sopravvivere e a volte non ce la fa.

Morta in metro. Da tempo Isabella non si sentiva bene, ma ha continuato a lavorare. È morta per un malore, da sola, sotto la metro, sulla banchina della stazione Termini una domenica mattina, era il 18 novembre. Alcuni passeggeri hanno cercato di soccorrerla portandola fino alla banchina della stazione Termini. Vigili del fuoco e dipendenti Atac hanno cercato di assistere la donna che aveva difficoltà respiratorie. Le sue condizioni si sono aggravate velocemente.

Poco prima aveva chiamato la collega alle 7: «Sto arrivando» aveva detto. Poi non si è saputo più nulla di lei. A dare la notizia al quartiere un dipendente dell'Atac che abita vicino al bar: lui c'era, lui l'ha vista, lui ha raccontato a tutti che quella donna morta sotto la metro era la Isabella del bar, la ragazza che aveva trasformato un piccolo locale nel ritrovo della zona, la mamma con l'anima vera di chi la vita se l'è sempre conquistata. La gente del quartiere l'aveva capito, l'amava per questo e ora pensa ai suoi piccoli.

La processione. La triste processione di chi conosceva Isabella, ogni mattina fa tappa all'edicola accanto al bar dove la signora Ada ha organizzato una colletta. In fila giovani, impiegati, pensionate del quartiere con gli occhi affogati dalle lacrime e pochi spicci nel portafogli: la metà scivola via, rumorosa, nella cassetta improvvisata dove c'è scritto «Aiutiamo i figli di Isabella».

Il lunedì successivo la morte di Isabella ai piedi della serranda del bar c'era un letto di fiori. Il vicino fioraio di via Lugnano in Teverina in poche ore aveva finito le rose bianche, tutte comprate per portare l'ultimo saluto a Isabella. Perché quella mamma era una donna speciale: «tosta, simpatica, affettuosa» raccontano. Lavorava da sempre, aveva perso il papà a 18 anni. Il suo ultimo sogno era aprire un forno tutto suo per vendere quei dolci che preparava all'alba nel piccolo bar. L'ultima battaglia questa estate per trovare casa a tre cani randagi. L'ultimo sforzo in questi giorni: risparmiare per fare i regali di Natale ai suoi figli.

L'ultima frase scritta da Isabella su Facebook racconta, se ancora ce ne fosse bisogno, chi era la ragazza che sta facendo mobilitare un quartiere: «Una donna il suo gioiello più prezioso non lo indossa, lo mette al mondo».

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LA SOLIDARIETA' PROSEGUE

Il marito, i colleghi e gli amici

COMUNICAZIONE AI LETTORI

Continuano ad arrivare decine di mail di solidarietà per la famiglia di Isabella. A tutti quelli che chiedono dove si trova l'edicola per la raccolta della colletta: via Nocera Umbra 101.

Per chi non è di Roma e chiede di partecipare alla colletta: sono in contatto con la famiglia di Isabella, che sta cercando un modo per accogliere le vostre richieste. Intanto ho stampato e consegnato di persona le vostre e-mail alla famiglia che vi ringrazia tantissimo.

Laura Bogliolo

Lunedì 26 Novembre 2012 - 19:08

Ultimo aggiornamento: Sabato 01 Dicembre - 15:58

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