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Il gradualismo dell'onesta' PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

La fuorviante spiegazione dell'evasione fiscale in termini di onestà e disonestà, anzichè di "richiesta delle imposte" e di rigidità aziendale, è un oggettivo fattore di arbitrio nella gestione dei rapporti fiscali. Perchè tutti quelli che ne hanno la possibilità , chi più chi meno a seconda delle occasioni, omettono di registrare qualcosa ai fini  tributari. Quello che fa la differenza non è l'onestà, ma la possibilità, e del resto "da buoni  consigli chi non può più dare cattivo esempio" mentre chi nasconde ricchezza al fisco 

si regola sulla possibilità di farlo, Ora anche i ladri  si regolano in base alla possibilità di rubare facilmente, e del rapporto tra evasori e ladri ci siamo  già occupati, Qui vogliamo dire solo  che se si prende come benchmark, punto di riferimento, il cud dell'impiegato  di banca, senza altri redditi, allora tutti gli operatori economici che lavorano con consumatori finali sono un pò ladri. Perchè è ragionevolmente da escludere che ci siano degli  autonomi che operano con consumatori finali che davvero dichiarano il cento  per cento. basta scorrere le statistiche e la distribuzione delle dichiarazioni, o girare per strada, per rendersi conto che l'autonomo preoccupato  di dichiarare davvero tutto è una figura mitologica, come il Minotauro o Polifemo. Anche qui si  vede che , come tutti i concetti delle scienze sociali, anche l'onestà è una categoria relativa..perchè tutti i valori sono relativi. Dipende dalle occasioni  e dalle valutazioni....Quanto restituirebbero un portafogli trovato per terra,a meno che il sottile piacere dell'onestà non travolgesse quello delle banconote avute gratis? L'onestà conta , ma non conta tra una categoria e l'altra, come cercano di fare i sindacalisti quando accreditano (comprensibile è il loro mestiere) la figura del dipendente onesto, e del commerciante disonesto. Conta piuttosto  all'interno della categoria , e mi  sembra fortemente sostenibile che il parrucchiere, o l'elettrauto, che incassa centomila euro e ne dichiara sessantamila, rispetto all'insieme delle statistiche dei redditi della sua categoria sia "onesto" perchè evade relativamente poco. E' una concezione gradualistica , e non manichea, dell'onestà. Se invece passa la concezione manichea dell'evasore, come tipo umano, allora tutti gli operatori economici sono evasori, e le autorità fiscali sono investite di un potere inquisitoriale, sostanzialmente arbitrario. Chi si mantiene su una buona soglia di credibilità, come il nostro elettrauto di prima, meriterebbe un monumento rispetto all'elettrauto che incassa sempre centomila euro e ne dichiara quindicimila. Invece è esposto alla contestazione anche lui. E' anche lui sotto ricatto, come è sotto ricatto l'apparato produttivo , la grande azienda , che è l'esattore del fisco, però sconta l'inferno del dichiarato. Le autorità fiscali  periferiche hanno  un potere enorme sostanzialmente incontrollato, perchè dove pescano pescano bene, la schizofrenia sociale ne avalla qualsiasi comportamento. Perchè stanno "lottando contro l'evasione" mentre al paese non serve la lotta all'evasione, ma la richiesta delle imposte, perchè la lotta all'evasione è episodica, tiene sotto schiaffo, ma non si fa vedere. La richiesta delle imposte è diffusa sul territorio, si rimbocca le maniche, e non ha bisogno di banche dati, spesometri, e analisi fiscali, perchè non sfrutta neppure l'elemento più intuitivo, cioè il confronto tra dichiarazioni fiscali e caratteristiche fisiche delle attività economiche. Non servono le banche dati, ma basta una passeggiata, solo che tutto è bloccato dal preconcetto secondo cui i redditi evasi andrebbero determinati con la stessa precisione contabile di quelli determinati dalle aziende. E su questo equivoco, innescato dalla dottrina,  casca l'asino, e non si sa più gestire la categoria concettuale della credibilità, che è quella anche socialmente determinante per la tassazione degli "autonomi".

 

 

Commenti

avatar Giuseppe Gargiulo
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Ciao Raffaello,
sollecitato dalle tue acute riflessioni, mi permetto di sottoporti alcune mie osservazioni. Io ritengo che, per coerenza, occorrerebbe espellere tout court dai nostri discorsi ogni valutazione etica delle condotte "evasive" dei singoli, perché altrimenti si iniziano a introdurre "graduazioni" etiche (delle singole condotte) , certamente sostenibili, ma francamente opinabili, che credo non portino il nostro discorso da nessuna parte, se non ad alimentare un poco proficuo scontro ideologico tra sentimenti politici personali e proprie visioni della vita (e, come è noto ognuno, ha la sua).
L'unica etica possibile, in uno stato laico e di diritto, è quella di pretendere il rispetto delle leggi ed è compito dello Stato, nel nostro campo, individuare i meccanismi che favoriscano l'emersione della ricchezza da tassare e la c.d "compliance" : nel nostro caso si tratta, come ci hai ben spiegato tu nei tuoi numerosi lavori, di comprendere i meccanismi di funzionamento della c.d. tassazione attraverso le aziende (nei suoi pregi e difetti) ed andare, con l'indispensabil e azione amministrativa, a determinare in modo credibile la ricchezza da tassare , laddove la auto-determinaz ione delle imposte dovute ha alte probabilità di fallire , per le ben note ragioni strutturali che tu ci hai spiegato (e che è fuorviante individuare nella onesta/disonesta del singolo)
Ciò detto condivido l'idea che la richiesta delle imposte dovrebbe essere una azione costante, diffusa sul territorio, in cui occorre rimboccarsi le maniche con una seria attività organizzativa e di "intelligence", con valutazioni e presunzioni economiche credibili. Tuttavia affinché tutto ciò esca dai libri (e dalle dichiarazioni di principio) e si possa trasformare in una azione amministrativa concreta, portata avanti da migliaia di dipendenti pubblici (a cui non si può chiedere realisticamente di trasformasi in super- economisti capaci di fare stime credibili da soli) credo che non si possa, realisticamente, sottovalutare l' importanza dell'uso diffuso delle banche dati e delle informazioni in genere, e pensare di potere affidare, su scala di massa, i risultati dell''azione di richiesta delle imposte al mero buon senso economico e all'intuito del singolo dipendente della Amministrazione finanziaria. Le banche dati e l'incrocio delle informazioni, se opportunamente lavorate con intelligenti procedure informatiche, seguite poi da valutazioni personali in contradditorio tra le parti, non servono infatti per abbinarci “l’illusione” una determinazione “ragioneristicam ante” millimetrica della ricchezza, ma per consentire, attraverso il contradditorio e le inversione degli oneri probatori, quelle serie valutazioni di verosimiglianza e credibilità della ricchezza da tassare, che possano poi reggere anche il successivo vaglio giurisdizionale. Le valutazioni di credibilità della ricchezza senza dati (economici, patrimoniali e finanziari) su cui fondarle, rischiano di fare, a mio giudizio, la fine dei sacchi vuoti: non si reggono in piedi. Non capisco quindi l'ostracismo verso questi strumenti, se inseriti in un giusto contesto operativo e culturale di fondo. Inoltre le banche dati ed i vari obblighi di segnalazione servono non per creare il “CUD degli autonomi” (non credo nessuno lo possa pensare), ma per cercare di fare emergere, su scala di massa, quelle “segnalazioni” di situazioni di incoerenza, sintomatiche di possibili evasioni, che il sistema di tassazione basato sulla auto-determinaz ione contabile del reddito da tassare degli autonomi (con il controllo ex post di uno sparuto numero di dichiarazioni) non riesce ad intercettare e far emergere in modo statisticamente significativo. Non esistono bacchette magiche ma tante piccole azioni e strumenti da saper gestire con cura.
Se poi in genere si vuole discutere sul fatto se il nostro sistema imprenditoriale e degli autonomi è in grado o meno di tollerare economicamente una siffatta quantità di richiesta delle imposte, se è giusto o meno pagare un tale livello di imposte rispetto ai servizi che otteniamo dallo Stato e rispetto agli sprechi pubblici, quale sia la combinazione migliore tra imposte e welfare, sulla evasione come antidoto sociale al burocratismo della pubblica amministrazione, ai fannulloni, etc. sono tutte questioni che, a mio giudizio, appartengono al dibattito politico e non al tema giuridico di come organizzare la "richiesta delle imposte" a legislazione vigente e di come i vari strumenti accertativi vi si possano inserire nel giusto contesto culturale di fondo dell’azione amministrativa.
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