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Le contestazioni interpretative (sbagliate) uccidono un'azienda PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Le aziende non chiudono perchè le tasse sono alte. Chiudono perchè c'è un rapporto da incubo con le istituzioni. Ma la burocrazia non è fatta di sadici, e riflette il clima diffuso nella pubblica opinione, che non capisce le aziende, le vede come "grandi sarti" (nel caso che vedremo) e spinge le istituzioni a "fare risultato" nel modo

più comodo per loro. Cioè reinterpretando quello che il contribuente dichiarava già. Come nel caso della stabilie organizzazione occulta (come suona bene! un vero simbolo del male) che era solo una reinterpretazione di vicende palesi o addirittura dichiarate. Dall'articolo che segue, del corriere della sera, neppure si capisce bene cosa era successo. E se la pubblica opinione non capisce sospetta. E' il sospetto della pubblica opinione ad indurre le istituzioni ad essere "rigide", per dimostrare di fare qualcosa nella "lotta all'evasione" ( formula più idiota  non c'è!!).  A utilizzare le aziende come capri espiatori , come se fossero persone, individui, anzichè organizzazioni di persone. Che non si mettono i soldi in tasca, non hanno  bisogni personali, e quindi non nascondono nulla. Questa mancanza di conoscenza delle aziende da parte della pubblica opinione crea un loro rapporto da incubo con le istituzioni. Impedisce la crescita delle aziende italiane e tiene lontane quelle straniere. Dove il motivo conduttore è sempre di più "in Italia solo per le vacanze". Non perchè le tasse sono alte, ma perchè non si può trattare con le istituzioni. Quindi o la pubblica opinione capisce, e le istituzioni funzionano meglio, oppure ci attende un medioevo prossimo venturo. 

 


I fondatori di Bikkembergs:
«Così il fisco ci ha distrutti»
«Costretti a chiudere per un loro errore. Una battaglia di anni»
di MARIA SILVIA SACCHI 16
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La manager Deirdre Margaret Domegan
Annullato perché il fatto non sussiste. Se un'azienda straniera produce in Italia non significa che la sua stabile organizzazione sia qui. Firmato Corte di Cassazione, sezione penale. Nel frattempo un'impresa ha smesso di lavorare, le persone sono rimaste a casa e i marchi venduti.
Deirdre Margaret Domegan, manager canadese di quello che era il primo gruppo Bikkembergs (oggi i marchi sono della società Zeis Excelsa), ha sul tavolo, di fronte a sé, la sentenza della Cassazione che dopo anni di battaglie la assolve dall'accusa di aver omesso di presentare dichiarazione dei redditi in Italia ed è in attesa della decisione della stessa Cassazione sulla sanzione comminata alla vecchia società proprietaria del marchio dello stilista belga formatosi ad Anversa.
La vicenda
Un caso che ha avuto molto risalto sui giornali, per l'accusa di evasione fiscale al designer e ai suoi manager, accuse via via negli anni sgonfiatesi fino all'attuale sentenza della Cassazione. Accanto a lei c'è l'avvocato Francesco Giuliani, che l'ha difesa insieme a Marco Monaco (Cassazione) e Moreno Maresi (Tribunale di primo e secondo grado).
«Quello che è successo non è stato giusto. Ecco, io sento il bisogno di giustizia — dice Domegan —. Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto — noi e chi lavorava per noi — per una considerazione sbagliata del fisco. Siamo passati per evasori, ancora oggi quando metto il mio nome su Google vengo associata all'evasione, una cosa terribile. Ora la Cassazione mi dice che "il fatto non sussiste", cosa che noi sapevamo benissimo, ma tra il primo e il secondo grado di un processo in Italia un'azienda muore. Come è successo a noi: ci chiesero 130 milioni di euro tra imposte e sanzioni senza nemmeno guardare i nostri bilanci: era più di tutti i nostri ricavi, come potevamo sopravvivere? Perdemmo i rapporti con le banche, con i revisori, con i fornitori...».

Il ricorso
Mentre facevano ricorso, perso in primo grado, iniziavano le trattative per cedere i marchi. Nel 2011 in secondo grado la prima vittoria, impugnata dall'Agenzia delle Entrate. Infine la Cassazione penale che ha chiarito che non è emerso alcun elemento che possa far ritenere la loro filiale italiana altro che «un mero esecutore delle disposizioni imprenditoriale di volta in volta impartite dalla Iff (la capogruppo lussemburghese, ndr), effettiva domina dell'impresa».
La manager fa un ragionamento più generale, «perché la nostra storia può accadere ad altri. È necessario che cambi — dice — il rapporto tra lo Stato e i contribuenti: non c'è più un contratto sociale ma, al contrario, una mancanza di fiducia da entrambi i lati. Anche il modo di lavorare della Guardia di Finanza è quasi militare, si crea subito un clima intimidatorio».
L'Agenzia delle Entrate ha dato di recente indicazioni di voler instaurare con i cittadini un rapporto nuovo. «Me lo auguro, perché non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte»

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