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Home Le schizofrenie sociali Addio Monti inciampato sul fisco
Addio Monti inciampato sul fisco PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   
La fine del governo dei professori conferma i danni sociali della mancanza di un punto di riferimento per le classi dirigenti  in materia tributaria (vedi il fallimento della comunità scientifica). Monti e i suoi appartenevano senza dubbio alle elites, eppure non hanno  saputo cogliere e comunicare la tassazione attraverso le aziende, usandola per rasserenare il clima sociale sul fisco. Invece hanno continuato
ad usare la fantomatica evasione come capro espiatorio di inefficienze della macchina pubblica sulla ricchezza non intercettata dalle aziende, hanno inventato provvedimenti farraginosi (come l'ace ) tanto per dire qualcosa in conferenza stampa , effetti  di annuncio di  deleghe fiscali piene di vuoto. Insomma sono andati a rimorchio della comunicazione, dove altri  erano molto più bravi di  loro. Non hanno capito che il "politico tecnico" deve saper comunicare sostanza, e per farlo prima deve capirla. Un tecnico vero deve capire e se capisce deve anche saper comunicare. Invece hanno ripetuto con qualche prosopopea in più le ovvietà dei discorsi da autobus e tuonato contro gli evasori cattivi anche esponendosi a facili  impallinamenti , invece di  precisare e mettere a fuoco le riflessioni (in parte giuste e in parte sbagliate) della pubblica opinione. In un deficit di formazione economico politica i i professori avrebbero potuto lasciare un segno. Invece hanno tentato grossolanamente di andare a rimorchio della comunicazione. E sono finiti come racconta Gian Antonio Stella in questo lucido articolo sul corriere della sera del primo maggio 2013. E' un brutto segno per la nostra comunità. 
 
MONTI: DAGLI OSANNA ALL'OBLIO 
A Trotsky, per carità, andò peggio: dopo averlo fatto sparire dalla celeberrima foto con Lenin che arringava la folla davanti al Bolscioi, Stalin lo fece sparire del tutto mandandogli un sicario in Messico. Altri tempi. Anche la rimozione di Mario Monti, però, ha qualcosa di feroce. Che non fa onore a quanti lo osannarono.
Perfino Enrico Letta, che salutò l'entrata in scena del rettore bocconiano come l'occasione per «girare una pagina della politica italiana caratterizzata dall'incompetenza e dalla divisione del potere con il manuale Cencelli», ha dovuto rinunciare ieri in Senato a chiedere l'onore delle armi per il suo predecessore. Ci aveva già provato per tre volte alla Camera e per tre volte l'aula gli aveva negato anche uno striminzito battimani di cortesia. Gesto rifiutato a Palazzo Madama anche agli unici due accenni di stima, del montiano Gianluca Susta e del pd Luigi Zanda. Il gelo. Monti chi?
Lui, l'ex «Supermario» uscito dalla Santissima Trinità dove son rimasti «Supermario» Draghi e «Supermario» Balotelli, non ha detto una parola. Se n'è rimasto lì, al suo banco, solo. L'altra sera, ceduto a Letta il bastone del comando con un sollievo che possiamo immaginare, è andato con la moglie a cena in trattoria. Un ragazzino di undici anni l'ha riconosciuto, ha raggiunto il suo tavolo e gli ha chiesto: «Ma lei è triste a non avere più un lavoro?». Lui è rimasto un po' così, poi gli ha risposto: «È come quando finisci la scuola: ti dispiace, ma finalmente fai anche un po' di vacanza».
Dicono gli amici che certo, sa bene di avere commesso molti errori. Grandi e piccoli. Come quando, spinto a usare Twitter da chi pensava che fosse utile per le elezioni, passò un'ora e mezzo a cinguettare e quando si presentò alla riunione del partito sospirò: «Ho lavorato una vita intera per costruirmi una reputazione e adesso ho avviato la mia sistematica demolizione». Poteva fare delle cose diverse? Sicuro. Tante. E magari oggi sarebbe lassù al Quirinale. Ma certo fa impressione il modo in cui molti della sua ex maggioranza (altri a sinistra e a destra non c'entrano perché furono coerenti e ostili fin dall'inizio) lo hanno incensato, inghiottito e sputato. Con lo stesso identico cinismo da scafati navigatori dei flutti parlamentari abituati a ogni rotta e sopravvissuti a ogni naufragio.
Fu bagnato da un acquazzone di 27 applausi in una quarantina di minuti, Mario Monti, il giorno del suo insediamento al Senato. I cittadini, ricorda un' Ansa , lo acclamavano al suo passaggio come un messia fuori dai giochi della politica che l'avevano costretto a fare i conti, nelle consultazioni, con 34 gruppi parlamentari. E l'aula, intimorita dal momento di caos e di panico dei mercati, non fu da meno. E si lanciò in spiritati battimani a ogni passaggio, ogni battuta, ogni citazione dei giovani e delle donne, dell'Europa e della legalità. Ventisette! Per non dire di certi titoli e certi articoli sui giornali che raggiunsero vette inarrivabili, subito infilzate dall'ironia spietata di Marco Travaglio, dopo la Prima alla Scala. «Il Don Giovanni si fa sobrio», «Meno botox e più loden, un trionfo minimalista». «Alla Scala debutta la sobrietà bipartisan». Ed ecco Roberto Formigoni precisare «il mio smoking è vecchio di 10 anni» e Giuliano Pisapia «il mio è no logo» e la presidente di Expo 2015 Diana Bracco «la pelliccia l'ho tirata fuori dall'armadio, i gioielli sono di mia mamma».
E se il direttore d'orchestra Daniel Barenboim sussurrava a Monti «tutto il mondo sta pregando per lei», sul versante rock Vasco Rossi affidava i suoi pensieri a Facebook: «Sono contento di essere sopravvissuto per poter assistere all'insediamento del nuovo governo Monti». Fino al capolavoro, un flash d'agenzia che suonava il violino per il premier narrando: «La sua riservatezza è proverbiale, tanto che intervistato davanti a casa nel 2004, quando era in predicato per diventare il nuovo ministro dell'Economia al posto di Giulio Tremonti, rispose con un "no comment" anche a una domanda sul nome del suo golden retriever. Ora il cane è cambiato, ma la sua riservatezza no».
Marcello Veneziani dedicò al tema, sul Giornale , una rubrica di irrisione omicida: «Oggi c'è il sole. È stata la battuta più audace di Mario Monti in questi giorni. E tutti a scorgere allusioni cifrate, messaggi elioterapici, metafore ottimiste. L'Uomo Grigio che sognammo in un cucù dopo il colorito Berlusconi si è avverato». Sembra passato un millennio. Tutto dimenticato, tutto rimosso, tutto cancellato. A partire dagli elogi al fu-Supermario. Come quello di Sergio Marchionne nel luglio 2012: «L'accordo di Bruxelles scongiura un disastro che la gente ha assolutamente sottovalutato. Monti è stato veramente un grande, ha fatto un capolavoro che a livello internazionale non credo abbiamo mai avuto nessun altro capace di fare». O quello di Herman Van Rompuy: «Mario Monti ha fatto un buon lavoro da primo ministro. Ha restituito fiducia verso l'Italia ed è stato utile a mantenere la stabilità nell'eurozona». Parole oggi ributtate in faccia all'appestato: se lo elogiavano quei due vuol dire che...
C'è chi dirà: ha senso ricordare oggi la parabola umana, politica, istituzionale di un economista salutato ieri come l'ennesimo Uomo della Provvidenza della nostra storia e finito lui pure appeso per i piedi al giudizio spietato di chi l'ha liquidato poi come «un professorino»? Sì. Lo dimostrano gli osanna di oggi, da parte più o meno della stessa maggioranza, a Enrico Letta. Troppi, per essere sinceri. Ed è lui, come ha già detto, ad esserne spaventato per primo.

Gian Antonio Stella1 maggio 2013 | 8:06

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