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Tributario: morte cerebrale di una comunità scientifica? PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Per molto tempo sono stato  combattuto  tra due sensazioni a prima vista contraddittorie. Una sul totale fallimento del compito di sistematizzazione spettante al settore scientifico disciplinare denominato "diritto tributario": è un fallimento che si percepisce nelle schizofrenie sociali, nel circuito di recriminazioni laceranti per la collettività e l'interesse generale, stretto da interrogativi di cui

si occupano tutti eccetto i professori, come indicavo in questo  post. Ma come può peggiorare una comunità che ha fallito, perchè non ha mai concluso niente? Come può giustificarsi una sensazione di morte per quello che non è mai nato? A furia di pensarci la risposta è che un tempo c'era entusiasmo, determinazione, sentimento per i contenuti. Ci si appassionava su questioni socialmente inutili e inconcludenti, ma lo si faceva "credendoci". Si litigava, ci si accapigliava sul nulla, nascevano tempeste in un bicchier d'acqua, ma c'era vita, c'era passione. Poi , pian piano , ci si accorge di girare a vuoto, e i vizi dell'appiattimento del diritto  sui materiali normativi aggravano il processo  di "baccellonizzazione", cioè di progressivo indebolimento cerebrale. In un vacuo labirinto pieno di combinati disposti, capoversi, arresti giurisprudenziali, autorevoli dottrine, e successive modificazioni e integrazioni il danno cerebrale è lento, graduale, ma inesorabile. L'abisso di materiali normativi guarda chi lo guarda: abyssus abyssum invocat, o più semplicemente gli uomini sono  come i piselli, prendono facilmente l'odore del barattolo (poi personalmente si tratta di bravissime persone, ma parafrasando Harry Truman anche mio zio  è una brava persona ma non per questo è adatto a fare l'ordinario di diritto tributario). A forza di appiattirsi su "documenti normativi", frutto del potere, si perde il gusto del sapere, si pensa che tutto dipenda dal potere, si critica il potere (in generale salvo cercare la protezione del potente di turno!), e poi lo si invoca, ci si imbeve del gusto del potere, spesso si diventa politici noi stessi, fino alle tristi schermaglie di potere accademico senza ormai più alcun contenuto di sostanza. Si recepisce, dalla parte peggiore della politica, la tendenza a parlare senza dire nulla, ma con prosopopea, confidando che così sarà il lettore a pensare di non aver capito. A forza di parlare solo attraverso "riferimenti normativi", gente un tempo normale divaga senza dire nulla, con pagine di parafrasi  intervallate da espressioni enfatiche, rivitalizzandosi solo per spartizioni accademiche e (i più svegli) parcellazioni alla clientela.  La sistematizzazione del settore, la capacità di  essere un punto  di riferimento per le istituzioni e le classi dirigenti non possono dirsi morte, perchè mai erano nate. Pero' è morto l'entusiasmo di quando si discuteva dell'"obbligazione tributaria", del rapporto con l'economia, del procedimento, del processo sull'atto o sul rapporto. Saranno stati pure falsi problemi, ambiguità da precisare, più che da approfondire, ma ci si credeva, mentre oggi la maggioranza della comunità scientifica non pensa alla sostanza, non gliene importa neppure più, si infastidisce quando si parla di contenuti. Quello che doveva essere un punto di riferimento per l'organizzazione sociale è solo uno strumento relazionale, una spartizione di titoli necessari alle relazioni pubbliche individuali.  Pian piano sono  morti l'entusiasmo, l'interesse, la curiosità, la voglia di indagare la determinazione dei tributi e dellla ricchezza ai fini  tributari,  il settore della convivenza sociale di nostra competenza (kelsenianamente, il diritto è puro quando fa il proprio  lavoro, non quando si appiattisce sui materiali  normativi).  Del resto è normale che una riflessione inconcludente non possa durare. E che si riduca a uno strumento  di accreditamento, raramente preso sul serio dalla pubblica opinione, ma che la pubblica opinione non sa sostituire. Anzi, la comunità scientifica funge da pietra di paragone per un adeguamento al ribasso. Per la serie "se questi  sono i professori allora pure io!". Ill fallimento dell'accademia apre la strada alla disgregazione generale del settore, che nessun politico, rosso, nero o a pallini, potrà salvare. Ne nasce una disgrazia nazionale, perchè la pubblica opinione resta senza punti di riferimento, chiunque apre bocca e dà fiato, se intreccia un pò di relazioni ed ha un pò di faccia tosta. La morte cerebrale, probabilmente irreversibile, del diritto tributario è  l'epifania di una malattia che serpeggia in tutto il diritto con potenziali riflessi devastanti sulla nostra macchina pubblica. Perchè l'economia pubblica è diritto, e quindi iniziativa, valutazione, responsabilizzazione, capacità di mettersi in gioco, mentre l'appiattimento sulla legislazione diventa ipocrisia, copertura, passività, scarico di responsabilità, timore dell'uccello padulo, in un cocktail paralizzante per la nostra macchina pubblica, che mangia mezzo PIL ed è la nostra più grande azienda. Per tributario è andata così, è normale che i più fragili muoiano per primi, ma il rischio riguarda tutti.

La morte mentale dei giuristi, diventati nel migliore dei casi avvocati  furbi, rischia di ammazzare il paese. Quello che è successo alla comunità scientifica del diritto tributario ne costituisce solo uno degli  esempi più vistosi. 

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