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Gestione del rischio fiscale e grandi aziende: parole senza senso PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

La parte della delega sulla c.d. "gestione del rischio  fiscale nelle grandi aziende" è non sense allo stato puro, redatta evidentemente da chi non ha idea della differenza tra ricchezza non dichiarata e maggiore imposta accertata, tra contestazioni interpretative, omessi ricavi e costi fittizi. Quale sarebbe il "rischio  fiscale" aggiuntivo rispetto a quello che, sulla ricchezza registrata , ordinariamente gestisce il direttore amministrativo? Certo non ce lo spiega l'articolo che segue, sul sole 24 ore di oggi, che parla senza dire nulla, esattamente del resto 

come la delega. Che sul punto è figlia della stessa matrice culturale (si fa per dire) grossolan-mediatica che ha portato l'ACE senza capire che bastava molto meno (abolire il tutoraggio), i dividendi del pasticcere e le società da un euro. 

l Sole-24 Ore del lunedi - 2012-11-12 - Pag. 30
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ULTIMO COMMA 
La delega apre alla gestione attiva del rischio fiscale 
IN PROSPETTIVA 
Bisognerà individuare il soggetto responsabile del controllo interno che opererà in tandem con l'organo sindacale 
di Michele Rinaldi
Nel disegno di legge delega per la revisione del sistema fiscale – attualmente in discussione alla commissione Finanze della Camera – la norma che si occupa della gestione del rischio fiscale è destinata ad assumere un notevole rilievo e a produrre un forte impatto sulle imprese. L'obiettivo dichiarato è quello di «migliorare il rapporto tra fisco e contribuente, secondo l'impostazione della enhanced relationship raccomandata dal l'Ocse».
La norma in discussione si articola essenzialmente su tre punti cardine: el'introduzione di forme di comunicazione e di cooperazione rafforzata tra le imprese e l'amministrazione finanziaria; rla previsione di sistemi aziendali strutturati di gestione e di controllo del rischio fiscale per i grandi contribuenti; tla previsione di incentivi sotto forma di minori adempimenti per i contribuenti e di riduzioni delle eventuali sanzioni.
In attesa del completamento dell'iter legislativo, è possibile sin d'ora svolgere alcune riflessioni. Intanto, non è esattamente definito l'ambito soggettivo di applicazione: nei soggetti di grandi dimensioni dovrebbero quantomeno rientrare le imprese che l'agenzia delle Entrate sottopone ad attività di tutoraggio (si tratta di imprese con volume d'affari o ricavi non inferiori ai 150 milioni di euro) e quelli per i quali prevede approcci e strategie peculiari di controllo (i cosiddetti "grandi contribuenti", ossia i soggetti con volumi d'affari o ricavi superiori ai 100 milioni di euro).
Quanto alla nozione di rischio fiscale, la relazione governativa lo fa coincidere con «il rischio di assolvimento degli obblighi fiscali»; avrebbero rilevanza tutte quelle condotte, eventi o circostanze che sia pure sotto un profilo probabilistico siano in contrasto con gli obblighi tributari e dunque potenzialmente in grado di produrre un danno non solo di carattere finanziario e patrimoniale, ma anche reputazionale.
Un'impresa di grandi dimensioni dovrà dunque implementare dei sistemi strutturati in grado di garantire con continuità un'efficace gestione e controllo del rischio fiscale. Questo implica un notevole sforzo organizzativo sotto il profilo dell'individuazione e dell'analisi dei potenziali rischi, dei livelli di priorità, delle modalità di gestione, delle dinamiche di interazione con gli altri soggetti operanti all'interno dell'impresa, prevedendo il coinvolgimento degli organi apicali e di governance per i rischi più significativi. Ma soprattutto i sistemi strutturati dovranno contenere «una chiara attribuzione di responsabilità nel quadro complessivo dei sistemi di controllo interni»; dovrà, in altri termini, esserechiaramenteindividuata la funzione che a carattere permanente e con continuità sarà incaricata della gestione e/o del controllo del rischio fiscale.
Problemi applicativi si pongono con riferimento a quei soggetti che – operando in particolari settori quali ad esempio quello finanziario – hanno già dovuto implementare procedure e sistemi in grado di presidiare il rischio di conformità alle norme (nell'ambito delle quali rientrano anche le norme di natura fiscale) e per i quali la legge ha individuato nel compliance officer il soggetto responsabile.
Al riguardo Banca d'Italia, nel documento per la consultazione contenente lo schema delle disposizioni di vigilanza in materia di controlli interni, ha operato una sorta di "fuga in avanti" rispetto al decreto delegato e ha posto sotto il compliance officer «la verifica della conformità dell'attività aziendale alle normative di natura fiscale al fine di evitare di incorrere in violazioni o elusioni di tale normativa ovvero in situazioni di abuso del diritto, che possono determinare ripercussioni significative in termini di rischi operativi e di reputazione e conseguenti danni patrimoniali».
Si tratta di capire ora se il legislatore opterà per l'istituzione di una figura specifica, magari prescelta nell'ambito della funzione fiscale.
Quale che sia la scelta è certo che il soggetto responsabile – in quanto operante nel quadro del complessivo sistema dei controlli interni – dovrà dialogare costantemente con le altre funzioni di controllo. Il decreto delegato potrà, infine, prevedere incentivi in termini di minori adempimenti, riduzione delle sanzioni e minori accertamenti per le imprese che implementeranno i sistemi di gestione e controllo del rischio fiscale.
In sostanza, è previsto che il maggior onere organizzativo relativo all'adozione dei sistemi strutturati di gestione e controllo possa essere compensato da incentivi in termini di minori adempimenti o di riduzione delle sanzioni.
Al fine di garantire un'efficace applicazione di questo principio di compensazione è evidente che il decreto dovrà disciplinare puntualmente i criteri e le modalità di valutazione sul l'idoneità dei sistemi a presidio del rischio fiscale. In tal senso non è da escludersi la collaborazione con i soggetti incaricati del controllo contabile, ovvero del collegio sindacale.
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Commenti

avatar Giuseppe Gargiulo
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Caro Raffaello,
Premesso che, come diceva Churchill, "Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prosperosa, è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico" (ed in questo senso condivido il tuo sconforto e scetticismo), la idea che mi sono fatto è che questa misura in esame (che non conoscevo ma che apprendo per il tuo tramite è che essa non è (e non vuole essere) rivolta , come sottolinei tu, a risolvere il problema della c.d. ricchezza non registrata (ossia quella che passa fuori dai circuiti contabili dell'impesa e che non avrebbe nessun senso pensare di far emergere introducendo per legge un modello organizzativo interno di prevenzione di tale fenomeno laddove la ricchezza passa fuori dai circuiti contabili).

Tale misura mi sembra piuttosto rivolta , tipicamente, a quelle grandi aziende strutturate ed è finalizzata, mi sembra, sulla falsariga della legge 231/2001, ad obbligare le imprese molto grandi a creare al proprio interno delle procedure di prevenzione delle frodi fiscali che vengono perpetrate (non tanto e non solo sulla ricchezza non registrata) ma sulla ricchezza c.d. registrata (ma poi abbattuta dolosamente, attraverso creazioni più o meno artificiose di arbitraggi fiscali più svariati, dai derivati alle operazioni finanziarie sintetiche finalizzate a creare solo arbitraggi “di carta” tra costi deducibili e proventi esenti, il transfer pricing verso consociate estere, sovrafatturazio ni e/o fattur e false con società di comodo estere/domestiche, la partecipazione quantomeno negligente, come anelli finali, di frodi carosello , etc. ), affidandone il monitoraggio attraverso ad appositi organismi interni di vigilanza interni, ma indipendenti e terzi che hanno il compito di monitorare il rispetto di tali modelli interni di prevenzione delle fodri fiscali, mettendoli in conflitto di interesse (anche in termini di responsabilità) con altre reparti aziendali, etc.

Ovviamente essa lascia completamente aperto ed irrisolto (ma non credo sia il suo scopo) il problema della c.d. evasione da ricchezza non registrata, al quale cercano di rispondere, invece, altri strumenti accertativi che vogliono essere il surrogato (più o meno riuscito) di quella che tu chiami efficacemente “ valutazione amministrativa della ricchezza” .
In termini di politica fiscale per valutare l’opportunità di questa misura occorrerebbe sapere, con esattezza, con dati precisi, a quanto ammonta la base imponibile “registrata” della grandi imprese organizzate (quelle cioè che portano in dote il maggior gettito IRES attuale) che viene sottratta al fisco italiano attraverso operazioni elusive/evasive che agiscono sulla ricchezza registrata abbattendone, più o meno artificiosament e, l’imponibile. Se questo problema è trascurabile in termini di gettito nella fenomenologia della evasione italiana allora la misura sarà inutile o inefficace (ma il caso delle finte scommesse/derivati sintetici che facevano le banche mi sembra testimoniare il contrario, come tutte le politiche dei prezzi infragruppo delle società petrolifere o farmaceutiche, ovvero alcuni casi di operazioni fraudolente poste in essere con anelli finali grandi aziende, tipo caso Telecom Fastweb, o appalti gonfiati con sovrafatturazio ni come nel caso Finmeccanica, etc.). Viceversa se il problema esistesse (o fosse non trascurabile in termini di perdita di gettito attuale), potrebbe forse non essere inutile una tale misura, sempre in una logica di colmare e prevenire la asimmetria informativa tra Fisco e contribuenti e le difficoltà operative di scoprire tali tipi di sofisticata evasione da manipolazione della ricchezza registrata). Un organismo interno di vigilanza che imponesse, creando delle responsabilità precise in capo ai suoi titolari, il rispetto di determinate misure di prevenzione e diligenza fiscale, e che ponesse un occhio indiscreto all’interno della azienda rispetto a procedure ed operazioni poco chiare, ancorché regolarmente registrate e documentate, potrebbe avere una sua qualche efficacia.
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