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In Italia si pagano troppe tasse. Vero o falso? PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Nel suo pamphlet (“In Italia paghiamo troppe tasse” Falso!, Laterza, 2014) Innocenzo Cipolletta sostiene, in controtendenza rispetto all’opinione corrente, che in Italia non si pagano troppe tasse,  considerata la media europea, e che la pressione fiscale non va “apprezzata” in assoluto, ma in relazione ai servizi pubblici che la stessa consente di erogare.

Ma è proprio questo il punto: a fronte di una pressione fiscale e contributiva tra le più alte al mondo, la percezione dei cittadini è che i servizi erogati dallo Stato italiano siano di livello piuttosto scadente. Dalla sanità (in molte regioni) ai trasporti pubblici, dall’assistenza all’istruzione, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, il non esaltante livello dei servizi giustifica la diffusa sensazione per cui si pagano troppe tasse, confermata dalle classifiche internazionali che collocano la qualità della spesa pubblica italiana in posizione molto arretrata: le tasse sono troppe proprio in ragione della scadente qualità dei servizi pubblici.

Dopo aver magnificato il sistema pensionistico italiano (che però, come ci ricorda l’autore, non è finanziato da tributi ma da contributi sociali, e che per dire il vero non sembra il massimo in termini di equità), l’analisi dell’ex direttore generale di Confindustria prosegue lamentando un errato tax-mix: in Italia si pagherebbero troppe imposte sul reddito, e poche su consumi e patrimoni, che invece andrebbero aumentate anche per ridurre l’evasione (“I redditi possono essere occultati. Più difficile nascondere una casa, un quadro prezioso, o un consumo”).

Peccato che la casa sia già ipertassata (a fronte di valori di mercato in caduta libera), che i quadri si nascondono benissimo (oltre ad essere valori di difficile misurazione), e che l’aliquota italiana dell’imposta sul consumo sia già tra le più alte in Europa. Ma per Cipolletta occorre “tassare le cose”, per ridare competitività al Paese: “Ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese e aumentarle sui consumi e sulle rendite (case, terreni e titoli finanziari) significa infatti rendere più competitivi i prodotti nazionali a scapito di quelli importati che subiscono la pressione dell’Iva”.

Qui l’analisi si fa incomprensibile: sostenere che un aumento dell’Iva renda più competitivi i prodotti nazionali appare contrario a ogni logica. Forse Cipolletta pensa che l’Iva all’importazione si comporti come un dazio doganale, rendendo meno conveniente importare merce di provenienza estera; invece la stessa aliquota d’imposta si applica anche ai prodotti domestici, e oltretutto gli acquisti di beni che i privati italiani effettuano da fornitori comunitari scontano di norma l’Iva nel Paese di origine, con aliquote in media più basse di quelle italiane.

Ne deriva che l’aumento dell’aliquota Iva penalizza i prodotti nazionali, rendendoli meno competitivi agli occhi dei consumatori italiani, ed è invece neutra per la produzione destinata ai mercati esteri: è vero, come ci ricorda Cipolletta, che l’Iva “pesa sulle importazioni mentre esenta le esportazioni”, ma ciò non favorisce affatto - come sostiene l'autore - la competitività delle produzioni nazionali, posto che all’esportazione per l’Italia corrisponde l’importazione per l’altro Paese, con un’Iva esattamente uguale a quella applicabile su quel certo mercato per i beni ivi prodotti.

La conclusione di Cipolletta, in sintesi, è che in Italia le tasse non siano troppo alte, essendo sbagliato demonizzare la spesa pubblica, che può essere resa più efficiente ma non ridotta:  e anche qui non si capisce perché una spesa più efficiente, consentendo di erogare  con meno risorse quello stesso livello di servizi pubblici che oggi l’autore reputa dignitoso, non possa anche essere ridotta.

Per Cipolletta occorre ribaltare l’opinione diffusa secondo cui si pagano troppe tasse e si sprecano troppi soldi in spesa pubblica inutile: “Vivere in un paese che fornisce buoni servizi è meglio che vivere in un paese dove si pagano poche tasse”. Cipolletta su questo ha ragione, purtroppo gli italiani stanno sperimentando l’esperienza opposta, cioè quella di vivere in un paese che fornisce cattivi servizi per i quali si pagano troppe tasse.

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