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"Eredità di Stato" e imposta livellatrice PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Il recente libro di A.B. Atkinson (“Disuguaglianza. Che cosa si può fare”, Raffaello Cortina editore, 2015), dopo un esame della disugaglianza nei redditi e dei patrimoni, contiene alcune proposte per correggere gli assetti distributivi esistenti che sollevano diversi interrogativi, non solo dal punto di vista della tassazione.

 Mi riferisco in particolare all’idea di una “eredità minima per tutti”, a una “dotazione di capitale”  assegnata a tutti all’ingresso nell’età adulta, da finanziare attraverso una “imposta sugli introiti da capitale nell’arco della vita”: in sostanza, da un tributo sulle successioni e donazioni ad aliquote progressive.

Atkinson propone di introdurre un tributo di scopo, ovvero un prelievo progressivo sugli arricchimenti gratuiti (“Eredità e donazioni inter vivos devono essere soggette a un’imposta progressiva sugli introiti da capitale nell’arco della vita”), col cui ricavato finanziare una dotazione di capitale universale (“Vi sono buoni argomenti contro l’ipoteca del gettito fiscale in generale, ma qui vi sono buone ragioni per creare un collegamento fra i due membri dell’equazione, quello dell’imposta e quello del beneficio”).

In questo modo Atkinson si inscrive tra i numerosi fautori dell’imposta redistributrice, assumendone appunto un fine “extrafiscale”, non già di strumento per produrre un gettito da impiegare nell’erogazione di servizi pubblici, bensì per operare una diretta redistribuzione delle ricchezze da alcuni ad altri individui. Intendiamoci: i tributi hanno normalmente effetti redistributivi, nella misura in cui prelevano quote crescenti del reddito e della ricchezza ad alcune classi di contribuenti, e il relativo gettito viene impiegato per erogare servizi e spesa pubblica a beneficio della generalità dei consociati, anche di coloro che non pagano imposte o ne pagano in misura non corrispondente al “costo” dei servizi di cui beneficiano.

L’imposta livellatrice si propone invece quale fine la diretta “redistribuzione” delle ricchezze, di solito con travaso delle stesse da una ristretta platea di soggetti a una coorte più numerosa di individui meno abbienti. Orbene, Atkinson porta questa concezione dei tributi (che già solleva molte obiezioni, su cui ho argomentato diffusamente in altra sede) alle estreme conseguenze, addirittura suggerendo un tributo sui lasciti ereditari e le donazioni con un vincolo di destinazione nel gettito: utilizzare cioè il ricavato per finanziare una “dotazione di capitale” a tutti coloro che ogni anno raggiungono la maggiore età.

Per farne cosa? Atkinson non sembra preoccuparsene più di tanto (“qualsiasi restrizione farebbe aumentare significativamente i costi amministrativi”), se non per indicare che la dotazione di capitale dovrebbe ragionevolmente essere vincolata a un investimento in istruzione o formazione, o per l’acquisto di una casa o la creazione di una piccola impresa.

Qualsiasi opinione si possa avere sull’opportunità di una simile dotazione di capitale iniziale uguale per tutti, e sulle ascendenze filosofico-economiche dell’idea, vincolare l’“eredità di Stato” in modo dirigistico ad alcune finalità “nobili” mi sembra da un lato inefficiente sul piano allocativo, e dall’altro velleitario. Perché mai ogni individuo dovrebbe voler effettuare un sovrainvestimento in istruzione o apprendistato, o lo Stato dovrebbe volerlo per lui, evidentemente oltre gli ordinari percorsi di istruzione universali e obbligatori già sanciti dalla legge e finanziati col gettito delle imposte? E perché mai i maggiorenni dovrebbero essere “costretti” a impiegare la propria dotazione di capitale iniziale nell’acquisto di una casa - cui potrebbero non essere interessati, preferendo altri “investimenti” o scelte di vita - o addirittura nella creazione di una piccola azienda, non avendo magari alcuna vocazione imprenditoriale? Si tratterebbe poi, come detto, di vincoli velleitari: che cosa impedirebbe al beneficiario dell’“eredità di Stato”, dopo averla impiegata nell’acquisto di un appartamento o nell’intrapresa di un’attività economica autonoma, di liquidare e monetizzare l’investimento, utilizzandolo per altri fini non altrettanto commendevoli?

Insomma, se da un lato la mancata apposizione di vincoli all’utilizzo della dotazione patrimoniale la trasformerebbe probabilmente soltanto in una occasione di consumi per il maggiorenne (per viaggi vacanze, per l’acquisto di una chitarra elettrica, di una moto e così via), dall’altra l’apposizione di vincoli sarebbe criticabile per il suo dirigismo paternalistico, oltre a risultare in molti casi velleitaria.  

Un secondo aspetto della proposta che solleva a mio avviso seri dubbi è la sua compatibilità costituzionale e con i principi della tassazione. Il tributo di scopo immaginato da Atkinson (su cui mi soffermerò tra breve) darebbe luogo come detto a un gettito vincolato nella destinazione, cioè al finanziamento dell’eredità minima per tutti. Peccato però che un tale tributo, certamente collegato a una manifestazione di ricchezza e ability to pay (gli arricchimenti ricevuti a titolo liberale), non sarebbe collegato ad alcun servizio o carico pubblico. Nella nostra Costituzione, ad esempio, l’art. 53 – da cui la stessa Corte Costituzionale trae indicazioni per la “definizione” di tributo – collega il dovere tributario all’esistenza di una capacità di contribuire, e alla sua finalizzazione ai carichi pubblici (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”).

Ora, si possono a mio avviso nutrire molti dubbi che quello proposto da Atikinson sia un tributo funzionale al finanziamento della spesa pubblica: il gettito verrebbe infatti meccanicamente prelevato da alcuni individui e riversato ad altri individui, non selezionati in relazione a uno stato di bisogno (inabilità al lavoro, disoccupazione involontaria, etc.) o a una delle finalità (previdenziali, assistenziali, sanitarie, e così via) che lo Stato deve perseguire. Paradossalmente, poi, ne beneficierebbero anche i maggiorenni già ampiamente dotati patrimonialmente dalla nascita.

Lo Stato, in tutto questo, non svolgerebbe alcuna funzione né erogherebbe alcun servizio, limitandosi a redistribuire ricchezze da una categoria di soggetti (i destinatari di liberalità) ad una diversa categoria (tutti i cittadini divenuti maggiorenni). A questa stregua, tutte le dirette redistribuzioni di ricchezza sarebbero allora ammissibili: perché non un trasferimento diretto dai cittadini di aree economicamente più avvantaggiate a quelli residenti in aree geografiche svantaggiate? O dall’universo maschile a quello femminile? O dai soggetti alti di statura (che hanno maggiore probabilità di successo nella vita) a quelli bassi? Col solo vincolo di incidere su ricchezze esistenti, l’imposta redistributrice pura “alla Atkinson” si trasformerebbe nell’ossimoro di un tributo non finalizzato all’erogazione di servizi pubblici, non funzionale al perseguimento di uno dei fini dello Stato (ancorché sociale), bensì a una correzione dei diritti proprietari fine a se stessa. Ma un intervento di questo tipo, se non legittimabile ex art. 53 Cost., si scontrerebbe con le norme costituzionali, diventando non un tributo destinato a finanziare spese pubbliche bensì una espropriazione senza indennizzo.

Alla proposta di Atkinson possono poi essere mosse le stesse critiche che si possono rivolgere ai fautori della redistribuzione per mezzo dell’imposta: si tratta di interventi ex post, per correggere patterns distributivi ritenuti “ingiusti” - secondo scale di valori e orientamenti politici - determinati da regole di acquisizione proprietaria, diritti di trasmissione ereditaria, accesso alle professioni, norme sulla concorrenza, accesso al credito, a una istruzione e servizi di sanitari di qualità, e via discorrendo. Se tuttavia si reputano tali regole ingiuste e da correggere, è appunto sulle stesse che occorre intervenire, non già propugnando un incessante meccanismo redistributivo e livellatore attraverso l’imposta.

Veniamo, infine, al tipo di tributo immaginato da Atkinson per finanziare l’eredità minima di Stato uguale per tutti. Dopo alcuni stereotipi (e a mio avviso anacronistici) cenni a una tassazione ultraprogressiva sui redditi, con aumento delle aliquote su tutti gli scaglioni e una aliquota massima del 65% (già oggi il gettito fiscale dell’imposta sul reddito è in molti casi, specie nei Paesi anglosassoni, sopportato quasi interamente dagli individui più abbienti, come emerge da ultimo anche dall’articolo di Lodovico Pizzati e da un mio precedente post), Atkinson delinea i tratti del tributo che dovrebbe finanziare l’eredità minima per tutti.

Ci si mette qualche istante a capirlo, ma il tributo “sugli introiti da capitale nell’arco della vita”, che dovrebbe sostituire l’esistente imposta sulle successioni (Atkinson si riferisce a quella britannica), non è altro che un’imposta sulle successioni e donazioni ad aliquote progressive; senza scomodare gli economisti del XIX secolo (per Atkinson “L’idea di un tributo di questo genere non è rivoluzionaria; è stata proposta più di un secolo fa da John Stuart Mill”), basti ricordare che un tributo del genere era vigente in Italia prima della riforma del 2001: si trattava di un’imposta sui lasciti ereditari e le donazioni effettuate in vita, che erano tassate salvo “coacervo” finale – in sede di ricostruzione ai fini fiscali dell’asse ereditario - con le precedenti donazioni, su cui ricalcolare una scala di elevate aliquote progressive (che restavano tuttavia in larga misura inapplicate per le ragioni di cui subito dirò).

Tutti i fautori di imposte sulle successioni e donazioni ad aliquote fortemente progressive, quasi confiscatorie (Atkinson, che addirittura inquadrerebbe le liberalità nell’ambito dell’imposta sul reddito, idea erronea su cui non posso in questa sede soffermarmi – avendolo fatto ne “La giustificazione sociale dell’imposta” – ritiene che “nel caso della ricchezza ereditata possono esserci motivi per prevedere un’aliquota marginale massima superiore la 65%"), trascurano un dato fondamentale, ben conosciuto ai giuristi: e cioè la difficoltà di progettare efficacemente un’imposta in grado di colpire i trasferimenti informali e le donazioni indirette, non formalizzate in un atto pubblico di donazione ma attuate attraverso schemi negoziali onerosi o neutri (contratti a favore di terzo, intestazioni di beni a nome altrui, volontaria inerzia nella riscossione di crediti, rinunce, e così via), che non si qualificano in senso liberale e pongono quasi insormontabili problemi di accertamento.

Il rischio, insomma, è che ogni proposta di rivitalizzare il tributo sui trasferimenti gratuiti della ricchezza manchi lo scopo, e di mancarlo tanto più quando aliquote confiscatorie inducono i privati a cercare modalità non formalizzate per trasferire ricchezza ai propri congiunti. Ma su questo rinvio a un precedente scritto.

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