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Home Giustizia fiscale possibile Indeducibilità dei compensi agli amministratori e doppia imposizione
Indeducibilità dei compensi agli amministratori e doppia imposizione PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Nel 2008 le sezioni unite della Cassazione si trovarono a decidere la seguente questione: se costituisse “giusta causa” di revoca degli amministratori l’aver allocato in bilancio e prelevato un compenso autoliquidato in assenza di delibera assembleare, concludendo affermativamente sulla base dell’art. 2389 c.c., secondo cui i compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione sono stabiliti all’atto della nomina o dall’assemblea. Ritenendo la norma imperativa e di carattere inderogabile, la Cassazione concluse nel senso che la sua violazione determina la nullità dell’attribuzione del compenso (si veda Cass., Sez. unite, 29 agosto 2008, n. 21933).

Sulla scia di questa pronuncia, che aveva risolto un problema esclusivamente civilistico, alcuni Uffici finanziari hanno iniziato a contestare la deducibilità fiscale di compensi erogati agli amministratori in assenza di apposita delibera, trovando avallo presso alcune commissioni tributarie e la stessa Sezione tributaria della Cassazione, dapprima con la sentenza 4 settembre 2013, n. 20265, e da ultimo con la n. 24768 del 4 dicembre 2015: entrambe le pronunce, nel richiamare il precedente delle Sezioni Unite, condizionano la deducibilità del compenso agli amministratori erogato da società a responsabilità limitata alla sussistenza di una preventiva delibera assembleare.

Le sezioni unite della Cassazione, cui la Sezione Tributaria si richiama, si riferivano peraltro alla disciplina previgente al 2003, in cui le norme sugli amministratori di srl, per virtù di un espresso richiamo, erano le stesse valevoli per gli amministratori di società per azioni, dunque trovava applicazione l’art. 2389 c.c. Nell’attuale sistema, invece, eliminato il rinvio all’art. 2389, i soci delle srl sono liberi nello stabilire la onerosità piuttosto che la gratuità della carica, e manca ogni vincolo formale nell’attribuzione del compenso, non essendo a rigore necessaria la delibera assembleare.

Il vero punto però non è questo: quel che appare assurdo è far derivare dalla presunta violazione di una norma di natura civilistica la indeducibilità fiscale di un costo, visto che questa dipende da circostanze (la certezza, la documentabilità, l’inerenza, la esatta imputazione a periodo, etc.) tendenzialmente insensibili rispetto alle preoccupazioni sottostanti alla normativa civilistica, alla correttezza nei rapporti tra amministratori ed assemblea, alla necessità di una formale delibera di attribuzione del compenso, alla teorica ipotizzabilità di un’azione della società per la restituzione del compenso (che laddove avvenisse darebbe luogo a una sopravvenienza tassabile per la società, controbilanciando l’iniziale deduzione, il che conferma anche sotto questo profilo che un’azione di nullità dei compensi pagati ma non deliberati sarebbe innocua per gli interessi erariali). Il rapporto di amministrazione, per la sua riconducibilità al mandato, è come noto naturalmente "oneroso", e la delibera assembleare serve solo alla sua esatta quantificazione, che comunque emerge ugualmente dalle appostazioni di bilancio, dalle contabili di pagamento, dalla redazione del modello 770 da parte della società, e così via.

La tesi sull’indeducibilità dei compensi corrisposti senza previa delibera, per l’asserita nullità degli atti di pagamento, utilizza invece una soluzione civilistica confezionata per l’ipotesi patologica di un’azione di restituzione del compenso e di responsabilità degli amministratori, in un diverso contesto in cui occorre invece misurare il reddito prodotto dall’impresa e la sua allocazione tra i diversi fattori produttivi.

Si consideri  che la stragrande maggioranza delle società italiane ha una base familiare, e la frequente mancanza di una formale delibera di fissazione del compenso non è il sintomo di “sotterfugi” degli amministratori intenziati ad autoliquidarsi il compenso ad insaputa dell’assemblea, bensì del fatto che compagine sociale ed amministratori coincidono, in tutto o in parte, dunque i rapporti sono improntati all’informalità e all’immediatezza delle decisioni, che non vengono necessariamente formalizzate nel libro assemblee. Affermare dunque l’indeducibilità del costo anche in assenza di contestazioni, quando cioè il compenso pagato dalla società e percepito dagli amministratori è comunque imputabile alla volontà assembleare, non importa se implicita e risultante da fatti concludenti, è del tutto privo di senso, provocando soltanto una rottura nella simmetria dei flussi reddituali. Non si capisce, ancora, che cosa impedisca una convalida a posteriori del compenso, attraverso una delibera che ratifichi l'avvenuto pagamento paralizzando così l’azione di accertamento dell’Ufficio.

La tesi avallata dalla Cassazione tributaria porterebbe poi a veri e propri paradossi, come la legittima richiesta di rimborso delle imposte sul reddito corrisposte dagli amministratori (le cui aliquote Irpef sono di norma più elevate di quella Ires!), vista la nullità dei compensi e la teorica sussistenza di un obbligo di restituzione delle somme alla società erogante: si tratterebbe infatti di un caso di restituzione del reddito deducibile a norma dell'art. 10 lettera d-bis del Tuir (sono deducibili "le somme restituite al soggetto erogatore, se assoggettate a tassazione in anni precedenti"). L'accertamento di indeducibilità dei compensi darebbe al più luogo a una pantomima: i compensi potrebbero essere restituiti alla società per assenza di una formale delibera, e portati in deduzione dagli amministratori. Un attimo dopo, potrebbe essere assunta una formale delibera di riattribuzione, pagando i compensi e riportando tutto alla situazione di partenza. 

Il mancato rimborso o “aggiustamento corrispondente” in capo agli amministratore darebbe invece luogo a una clamorosa doppia imposizione vietata da un principio generale dell’ordinamento tributario (art. 163 Tuir: “La stessa imposta non può essere applicata più volte in dipendenza dello stesso presupposto, neppure nei confronti di soggetti diversi”), che non si comprende come la Cassazione possa continuare a ignorare. Come pure non si comprende, se non per una malintesa concezione dell’interesse erariale, il doppiopesismo che la stessa Cassazione dimostra di impiegare quando ritiene idonee al prelievo attribuzioni patrimoniali palesemente affette da nullità, come nel caso delle donazioni nulle per carenza dell’atto pubblico.

Questa vicenda non è in effetti che la punta di un iceberg, in cui la cosiddetta “lotta all’evasione” assume risvolti farseschi, da tragicommedia: gli accertamenti fiscali, anziché rivolgersi alla ricchezza nascosta, si accaniscono contro quella palese, tassando basi imponibili immaginarie, che nessuno ha mai prodotto. Andando avanti di questo passo, ad essere debellata non sarà l’evasione fiscale, ma la base produttiva di questo disgraziato Paese.

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