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Patrimoniale sugli immobili e requisizioni occulte PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

In un recento articolo sul Sole 24 ore, Guido Tabellini, nel commentare le proposte del Governo Renzi di ridurre la tassazione (Imu-TASI) sugli immobili adibiti a prima casa, rileva che la tassazione immobiliare non sarebbe nel complesso superiore alla media europea, dunque la stessa potrebbe essere addirittura aumentata.

Così argomenta Tabellini: “poiché la base imponibile è inelastica, Imu e Tasi hanno effetti distorsivi irrisori, sono difficili da evadere, sono la principale fonte di entrata propria dei Comuni. Non c’è davvero nessuna ragione giuridica per abolirle, anzi forse andrebbero ancora aumentate per finanziare una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro”.

Ora, che le imposte patrimoniali sugli immobili siano difficili da evadere è cosa nota, come pure è giusto  sottolinearne l’importanza quale strumento di fiscalità locale. Per questa ragione, tra l’altro, non ritengo lungimirante la progettata abolizione della Tasi sulla prima casa, visto che la stessa risponde al principio del beneficio e, se eliminata, andrebbe sostituita con un sistema di trasferimenti dallo Stato centrale ai Comuni, con buona pace del federalismo fiscale e dell’autonomia tributaria dei Comuni (già: chi ne parla più?).

Qui si esauriscono però le ragioni di condivisione con Tabellini: nel merito, la presunta assenza di effetti distorsivi nei tributi sul patrimonio immobiliare appare smentita non solo dalla teoria, ma dai fatti. Capannoni industriali demoliti per non pagare l’Imu, o seconde abitazioni lasciate in stato di abbandono da proprietari che non se ne possono più permettere la manutenzione né riescono a venderle sul mercato, sono sotto gli occhi di tutti. L’incremento della tassazione patrimoniale, qual è l’Imu, a prescindere dalle concrete potenzialità reddituali degli immobili, avrebbe eccome effetti distorsivi: riguardo agli immobili affittati, produrrebbe verosimilmente, prima o poi, una traslazione economica del maggior onere impositivo sugli inquilini; per quelli abitativi tenuti a disposizione, deprimerebbe ancor più un mercato delle compravendite da anni asfittico; un aumento dell’imposta sui fabbricati strumentali sarebbe infine una vera e propria iattura. In ogni caso, determinerebbe per tutti gli immobili un ulteriore deprezzamento del loro valore-capitale, con conseguente effetto-ricchezza e diminuzione dei consumi.

Tabellini sembra trascurare che la tassazione patrimoniale, in questo caso sugli immobili, pone alcune ineludibili questioni che ne hanno a un certo punto provocato il sostanziale superamento, a favore delle imposte sul reddito: da un lato, il rischio di erosioni della fonte produttiva  (massimo nel caso di patrimoni improduttivi), senza alcuna garanzia che a latere del bene patrimoniale sussistano sufficienti flussi reddituali, derivanti da altre fonti, capienti per pagare l’imposta. Dall’altro la problematica dell’indebitamento, di cui le imposte sul patrimonio – come l’Imu  - non riescono a tener conto, per cui si trova a dover pagare il tributo anche chi, avendo acceso un mutuo allineato al valore dell’immobile, non svela in realtà alcuna reale “capacità” di contribuire alle spese pubbliche. Infine, il carattere selettivo dell'imposta e la conseguente distorsione nell'allocazione degli investimenti, data la difficoltà di progettare una credibile imposta patrimoniale generale sulla restante ricchezza, di natura mobiliare.

Ci si dovrebbe allora interrogare non già sull’imposizione patrimoniale (quella che c’è, sugli immobili, basta e avanza), bensì sull’opportunità di reintrodurre un principio di discriminazione qualitativa dei redditi, che oggi opera all’incontrario, con la mite cedolare secca sugli affitti degli immobili abitativi, la cui unica (debole) ragione giustificatrice risiede nella facile occultabilità del presupposto. Approfittandone, magari, per tutelare meglio i diritti del proprietario dai rischi di morosità del conduttore.

Quanto al metodo, Tabellini ritiene che l’avversione alle imposte patrimoniali sugli immobili sia legata alla loro visibilità, e ne suggerisce perciò il mascheramento, l’adozione di tecniche mimetiche, come l’utilizzo dei datori di lavoro o delle banche mutuanti alla stregua di sostituti d’imposta, di soggetti incaricati del pagamento: i contribuenti, non accorgendosi del prelievo aggiuntivo, non avrebbero così ragione di lamentarsi.

Ora,  sono ben note le ragioni di efficienza, correntezza amministrativa e contrasto all’evasione che militano a favore dell’utilizzo del sostituto di imposta, che ho tra l’altro evidenziato in un recente post. Questo però è cosa ben diversa dal teorizzare l’uso della sostituzione d’imposta con deliberate finalità di occultamento del prelievo tributario: è bene invece che le imposte siano e restino trasparenti, per una elementare questione di democrazia e per l’adozione di consapevoli scelte elettorali da parte degli amministrati.

Ma qui mi fermo; sui fenomeni di mascheramento e illusione finanziaria lascio volentieri la parola ad Amilcare Puviani (Teoria della illusione finanziaria, 1903, rist. da Isedi nel 1973, pag. 42): “E’ ben vero che l’imposta recente costituisce un elemento fisso, certo, durevole, e che come tale tende ad assumerer una importanza propria nel calcolo del valor capitale. Ma di ciò il contribuente acquisterà coscienza solo più tardi, quando l’imposta mostrerà il suo carattere permanente, quanto le aspettative del contribuente per un qualsiasi guadagno di congiuntura o sulla sua stessa operosità saranno svanite. Prima che il contribuente giunga a quest’ultima conclusione d’ordinario corre un certo periodo di tempo, ed intanto egli continua ad amministrare i suoi fondi, ad esserne il proprietario riconosciuto. Nessun cambiamento avviene nella consistenza fisica delle sue fonti d’entrata, nessuna diminuzione della loro potenza produttiva. E’ bensì vero che un nuovo proprietario gli si è posto d’accanto; ma questi non è una persona fisica, non varca i confini delle sue proprietà, non le amministra, non dà ordini e non si vede. Nessun cambiamento tranne una piccola diminuzione di reddito. E questa si svelerà sotto le forme di una forte somma di capitale perduto solo più tardi, dopo un periodo d’illusioni più o meno lungo e che su certe masse di contribuenti non dilegua mai”.

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