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Home Giustizia fiscale possibile Riforma dei reati tributari e presunti "regali agli evasori"
Riforma dei reati tributari e presunti "regali agli evasori" PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

La prima pagina di Repubblica ("Meno manette agli evasori") e l'articolo che ne segue a pag. 9 puntano oggi l'indice sulle modifiche introdotte nel decreto legislativo di revisione del sistema sanzionatorio, con cui in particolare è stata attenuata la portata del reato di dichiarazione infedele, un reato che - a differenza di quelli di "dichiarazione fraudolenta" - non prevede comportamenti ingannatori, frodi o altri artifici, ma soltanto una sottrazione di base imponibile all'imposizione.

Tale sottrazione può avvenire sia dal lato dei ricavi (attraverso la mancata dichiarazione di quelli che la legge chiama "elementi attivi"), sia dal lato dei costi, cioè con l'indicazione di "elementi passivi fittizi". Proprio l'aggettivo "fittizi", in un contesto non connotato da frodi (altrimenti si applicherebbero i più gravi reati di dichiarazione fraudolenta) aveva portato gli interpreti a interrogarsi sul significato della formula normativa, tendenzialmente ritenendo che in questo contesto per ritenere un costo "fittizio" occorra qualcosa in più che la sua mera indeducibilità, anche perché spesso la stessa assume carattere solo "relativo", riferito cioè a un certo periodo di imposta. L'imputazione di un costo in un periodo diverso da quello corretto, o l'effettuazione di un ammortamento con aliquota maggiore di quella consentita, ad esempio, avrebbero dato luogo - se ritenuti elementi passivi "fittizi" - a una incriminazione in sede penale, pur non trattandosi nemmeno di vera evasione, ma di uno spostamento di imponibili da un esercizio all'altro.

Poiché gli Uffici finanziari e la Guardia di finanza avevano finito per adottare, come prevedibile, l'interpretazione più rigorosa (sia mai che qualcuno li accusasse di aver omesso di presentare una denuncia penale obbligatoria), le Procure e i Tribunali erano stati intasati da una pletora di procedimenti penali in assenza di evasione, solo perché il contribuente aveva interpretato la normativa fiscale in modo diverso dall'interpretazione fornita in sede di accertamento tributario.

Consapevole di questa situazione, il legislatore è intervenuto riducendo giustamente l'area della sanzionabilità penale, chiarendo che non configurano elementi passivi fittizi i costi semplicemente indeducibili, purché gli stessi siano materialmente esistenti, così come non si tiene conto della deduzione "fuori competenza" o di costi reali ma non inerenti. Inoltre, il legislatore è intervenuto sul tema delle valutazioni, che potrebbero riguardare il lato dei costi (si pensi alla rettifica del valore di un credito ritenuto inesigibile, in presenza di "elementi certi e precisi" da cui desumere l'inesigibilità), oppure quello dei ricavi (si pensi alla cessione di un bene a una consociata estera, per un corrispettivo da allineare fiscalmente al "valore normale", di mercato, del bene). Quando tali valutazioni sono fatte in base a criteri indicati in bilancio o in altra documentazione rilevante ai fini fiscali, secondo la nuova normativa non se ne dovrà tener conto ai fini della soglia di punibilità. L'idea, evidentemente, è che manchi in questo caso la cosiddetta "decettività", cioè l'attitudine ingannatoria: l'amministrazione finanziaria, se i criteri di valutazione vengono indicati, è in grado di controllarne la correttezza, e se del caso contestarla in sede di accertamento dell'imposta mentre una denuncia penale risulterebbe eccessiva e controproducente in quanto in grado di destabilizzare gli operatori economici (fino al limite di dissuaderli dall'operare in Italia).

Mi sembrano scelte del tutto ragionevoli, che limitano l'ambito di intervento del giudice penale, come è giusto che sia. Chi conosce il tema sa bene che sono pendenti una pletora di procedimenti penali per questioni interpretative, in cui al contribuente in realtà non solo non può essere imputato alcun comportamento ingannatorio, ma spesso nemmeno una reale evasione di imposta. Non si comprendono dunque gli allarmismi rilanciati da Repubblica (fanno sorridere le dichiarazioni rilasciate da esponenti dell'opposizione che paragonano la non punibilità delle valutazioni al nascondimento di una casa o del suo valore al fisco, evidentemente non capendo che non si discute di un'imposta patrimoniale ma della corretta determinazione di un reddito), e nemmeno quelli dei PM che si chiedono preoccupati quanti processi salteranno con la nuova norma: il problema non è infatti quanti processi salteranno, ma se sia giusto che ci siano così tanti processi per fatti privi di un "disvalore" rilevante per far scattare la sanzione penale, che dovrebbe pur sempre costituire una extrema ratio.

 

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