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Home Giustizia fiscale possibile Niente pasti gratis (nei ristoranti greci)
Niente pasti gratis (nei ristoranti greci) PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

La rottura tra l’Eurogruppo e il Governo greco sembra essersi consumata, almeno in parte, su una serie di misure fiscali, che come risulta dal documento contenente le ultime proposte dei creditori costituivano un pacchetto significativo della bozza di accordo. Da asettico osservatore esterno, alcune mi sembrano sintomatiche delle carenze cognitive che, da ambo le parti, sembrano aver condizionato (almeno per ora) l’esito il negoziato.

Potrà sorprendere, ma uno dei punti più controversi era quello dell’estensione dell’aliquota Iva ordinaria alle somministrazioni di alimenti e bevande: i pasti consumati nei ristoranti scontano infatti in Grecia l’Iva al 13 per cento, mentre l’Eurogruppo aveva proposto di portarla al 23 per cento. Si tratta di una vicenda che viene da lontano: già nel 2011 l’aliquota era stata portata al 23 per cento in occasione del precedente bail out, ma la Grecia aveva ottenuto di riportarla al 13 per cento dall’estate 2013. Ora, di nuovo, i creditori internazionali avevano sollecitato l’accorpamento di questi servizi a quelli ad aliquota ordinaria (23%), ed inoltre la cancellazione delle agevolazioni fiscali previste per le isole (che beneficiano di una riduzione dell’Iva pari al 30 per cento).

Oltre a questo, l’Eurogruppo aveva tra l’altro chiesto l’incremento della tonnage tax e la cancellazione delle speciali agevolazioni per l’industria marittima, che hanno consentito agli armatori greci (grazie a una legge costituzionale del 1967) di fare enormi profitti esentasse utilizzando naviglio battente bandiera di paesi offshore.

Il Governo greco aveva invece caldeggiato una sovraimposta (temporanea?) sugli utili societari eccedenti 500 mila euro, e un generalizzato innalzamento dell’aliquota sulle società dal 26 al 29 per cento.

Queste proposte, controproposte e alla fine sdegnosi rifiuti, si prestano a diverse chiavi di lettura: se attuata, la pretesa dell’Eurogruppo sull’Iva avrebbe almeno in apparenza effetti recessivi, traducendosi in maggiori imposte di consumo, peraltro in buona parte traslabili sui turisti esteri, frequentatori della Grecia e delle sue isole (tanto è vero che su alcuni siti si leggono preoccupati resoconti sul rischio di un aggravio dei pacchetti-vacanze per i cittadini del Regno Unito, tra i principali frequentatori delle isole greche). D’altra parte, la richiesta di smantellare alcune agevolazioni, come quelle sui servizi turistici o l’industria marittima, farebbe perdere concorrenzialità proprio ai settori trainanti della già debole economia greca.

E tuttavia, da un lato è paradossale e comunque dovrebbe far riflettere il fatto che l’economia greca possa sostenersi soltanto grazie a norme agevolative, dall’altro le aliquote e i regimi legali di tassazione ci dicono soltanto una parte del discorso, l’altra riguardando il gettito effettivo, che dipende in primo luogo dalla capacità dell’organizzazione pubblica di accertare e riscuotere i tributi.

Sotto questo profilo, la richiesta di alzare l’Iva sui ristoranti o più in generale di aumentare le aliquote legali di tassazione anche in altri contesti, rischia di essere non tanto sbagliata (o giusta, a seconda dai punti di vista), quanto inutile: la Grecia è infatti, secondo uno studio della Commissione europea, uno dei Paesi europei con il più elevato VAT Gap, cioè la più alta differenza tra gettito teorico e gettito effettivo dell’imposta sul valore aggiunto, che a sua volta è un buon indicatore del livello di evasione anche nel settore dell’imposta sul reddito: il VAT Gap, dal 2001 al 2011, è cresciuto – a fronte di reiterati incrementi delle aliquote nominali - dal 22 al 39 per cento.

Non è difficile dunque pronosticare che cosa succederebbe imponendo l’applicazione dell’Iva ordinaria, in luogo di quella ridotta, ad attività come i servizi di ristorazione, rivolti a clienti consumatori finali, per importi facilmente pagabili in contante. Anziché aumentare il gettito, aumenterebbe verosimilmente l’evasione, con ulteriore allargamento del VAT tax gap. Può darsi che l’Eurogruppo confidi nell’adozione di misure antievasione, e in un efficientamento dell’amministrazione finanziaria greca, cui il documento su citato dedica un apposito capitoletto. Si tratta tuttavia di precrizioni di larga massima, se non all’acqua di rose, che indicano obiettivi (proteggere le entrate fiscali Iva, combattere le frodi carosello, intensificare la lotta all’evasione, etc. ) più che strumenti per raggiungerli.

Ma anche il Governo Tsipras  sembra avere idee non molto chiare in materia di tassazione. La sua proposta (“tassare i ricchi!”) passa come detto per un innalzamento dell’aliquota sui redditi societari, e addirittura per una sovraimposta (del 12 per cento!) su quelli superiori a 500 mila euro. Si tratta di una misura puramemente ideologica e senza senso, giacché stabilire una soglia in valore assoluto per l’addizionale, senza considerare il settore produttivo, il capitale investito, la profittabilità media del medesimo ponderata per il fattore di rischio, e così via, non è nemmeno una excess profits tax, ma una cialtronata.

Le excess profits taxes e le discriminazioni qualitative dei redditi societari richiedono un’attenta e difficilissima progettazione, come sa chiunque abbia studiato l’argomento e le esperienze belliche del ventesimo secolo, e la nostra Robin Hood Tax all’amatriciana sta lì a dimostrarlo. Senza contare, poi che una così forte discontinuità delle aliquote nell'intorno di 500 mila euro, produrrebbe soltanto, nella migliore delle ipotesi, disaggregazioni e fughe dallo strumento societario, e nella peggiore infedeltà fiscale ed evasione al margine.

 

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