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Piccoli Piketty crescono PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Dopo Piketty e il suo “Capitale nel XXI secolo”, si moltiplicano gli appelli a un utilizzo della tassazione come strumento di riduzione delle disuguaglianze distributive. Rilevata la concentrazione di redditi e patrimoni su una piccola percentuale della popolazione, si teorizza un uso extrafiscale dell’imposta, non già per procurare risorse destinate all’erogazione di servizi pubblici, bensì al fine di una massiva operazione di livellamento, con redistribuzione delle ricchezze da alcune ad altre classi sociali.

Nei confronti di una tale concezione “compensatoria” del tributo, si possono esprimere molte riserve, che ho cercato di compendiare in un libro. Se si ritengono ingiusti i patterns allocativi e distributivi determinati dal mercato e dai suoi meccanismi, è su questi che si dovrebbe intervenire, con misure su concorrenza, istruzione di base e formazione, liberalizzando l’accesso alle professioni, agevolando i newcomers nel reperimento di fonti di finanziamento, e così via.

L’intervento livellatore attuato attraverso l’imposta opera invece a posteriori, lasciando inalterate quelle distorsioni che si vorrebbe invece combattere. Del resto anche per Marx la tassazione avrebbe potuto correggere soltanto ingiustizie distributive minori, ma non certo ricomporre le diverse capacità economiche degli individui, radicate nelle relazioni tra i fattori della produzione, se non modificando queste ultime.

Vi è poi un’altra fondamentale ragione che rende inadatto lo strumento tributario allo scopo puramente redistributivo: date le caratteristiche di universalità dell’imposta, e l’operare del principio di uguaglianza tributaria, non possono essere individuati selettivamente i redditi e le ricchezze da assoggettare a tassazione, rispetto a tutte le altre di uguale entità. Se quel che si vuole correggere sono le disuguaglianze immeritate o ingiustificate, non è possibile “togliere” selettivamente attraverso l’imposta (come peraltro dimostrano le recenti sentenze della Corte Costituzionale in materia di Robin Hood Tax o di prelievi sugli elevati trattamenti pensionistici o pubblici dipendenti). Mentre una non irragionevole “discriminazione qualitativa dei redditi” appare difficile da progettare.

Se ad esempio, come propone Piketty, si volessero iper-tassare gli emolumenti dei top-managers, ritenuti frutto di rendite di posizione e di fallimenti nei meccanismi della corporate governance, si dovrebbero allora tassare in quel modo anche tutti gli altri redditi di pari ammontare, tra i quali vi sono però anche guadagni inappuntabili, frutto del merito, del talento, dell’assunzione di rischio, in attività magari altamente profittevoli o comunque desiderabili per l’intera società.

L’utilizzo del tributo per fini puramente redistributivi finisce insomma per postulare un’opera di livellamento di tutte le disuguaglianze, e non solo di quelle ingiustificate, determinando così dei disincentivi alla produzione generalizzati (cd. effetto sostituzione), oltre che pratiche elusive, rimozioni del presupposto, delocalizzazioni, e via discorrendo.

Poi vi è l’altra faccia dei propositi redistributivi, ovvero la convinzione che vi sia un deficit di tassazione su patrimoni, eredità, profitti e rendite.

Le proposte di tassazione patrimoniale non tengono però conto delle varie imposte speciali sul patrimonio oggi esistenti, soprattutto sugli immobili, e del fatto che per il resto la ricchezza consiste  di capitali produttivi investiti in aziende e società, perlopiù illiquidi e che non possono certo essere visti come serbatoi di consumi opulenti, su cui rinvio a quest'altro post. Quanto alla tassazione del denaro liquido (depositi e conti correnti), il reiterato innalzamento delle aliquote su rendimenti finanziari che sono calcolati al netto dell’inflazione implica un tax rate effettivo molto più alto, e in molti casi - con gli attuali tassi di interesse reali - una erosione del patrimonio.

Inasprire la tassazione di eredità e donazioni con l'attuale livello di tassazione dei redditi (con cui i patrimoni ereditati sono formati) appare d'altra parte improponibile, anche al netto del fatto che ad essere colpita sarebbe soprattutto, di nuovo, la componente immobiliare, date le difficoltà di intercettare le componenti mobiliari del patrimonio in una moltitudine di atti che non si qualificano giuridicamente in senso liberale, e ancora l'insensatezza di un elevato prelievo su capitali produttivi non liquidi (aziende, partecipazioni societarie). 

Non mancano infine le illusioni ottiche, come quando si arriva ad affermare (in questo articolo su Micromega) che i profitti di impresa, in Italia, avrebbero beneficiato negli ultimi anni di sgravi d’imposta, con l’abbassamento dell’aliquota Ires+Irap dal 37 a circa il 31 per cento. Peccato che la tassazione dei profitti societari avvenga su due livelli, dapprima colpendo l’utile societario e poi i dividendi distribuiti. E nel 2008, quando l’aliquota Ires fu ridotta dal 33 al 27,5 per cento, venne contestualmente alzata la quota imponibile di dividendi e plusvalenze su partecipazioni qualificate, in modo da lasciare il livello di tassazione sugli utili societari inalterato. Mentre l’innalzamento al 20 e poi al 26 per cento delle rendite finanziarie ha portato ad un aggravio di tassazione sugli utili societari percepiti da soci non qualificati.

Nel complesso, quindi, la tassazione dei profitti societari non è diminuita, anzi è aumentata. Con buona pace dei Piketty nostrani.

Piuttosto imbarazzante, sempre nel citato articolo di Micromega, è poi la proposta di tassare con aliquote progressive gli utili societari, formulata da chi evidentemente ignora le ragioni che fondano la tassazione progressiva dei redditi (che chi è interessato troverà spiegate nel  libro su citato), cioè la minor utilità marginale di redditi destinati a consumi non necessari, concetto ovviamente inapplicabile alle corporations, che non "consumano".

Vi è forse la stessa concezione antropomorfa degli enti societari anche dietro alla convinzione secondo cui l'evasione fiscale "come noto si concentra maggiormente lì dove i redditi sono più elevati": per chi ancora non lo sapesse, l'evasione non si concentra sui redditi più elevati, ma su quelli che sfuggono ai circuiti di segnalazione dei sostituti d'imposta, su determinate attività rivolte ai consumatori finali, su piccoli soggetti non organizzati che attuano frodi carosello all'Iva, e così via, mentre la retorica sbagliata dei "grandi evasori" non porterà da nessuna parte, se non a far fuggire le poche grandi imprese che ancora resistono in Italia. E che ancora qui restano non grazie a, ma nonostante il nostro sistema e livello di tassazione.

 

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