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Tassatori di tutto il mondo, unitevi! PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Stevanato   

Sul reddito di cittadinanza, o reddito minimo garantito, ciascuno la può pensare come vuole, e anch’io qualche riflessione l’ho fatta (se interessa qui uno stralcio dal mio La giustificazione sociale dell'imposta). Poiché si tratta di un intervento da finanziare, se non riducendo altre spese, via fiscalità generale, occorrerebbe però prima di parlare documentarsi, almeno per evitare scivoloni. E invece in materia di tasse ognuno si sente evidentemente legittimato ad aprire bocca.

Così da ultimo in un articolo pubblicato sul Manifesto, dal titolo Come finanziare il reddito minimo e ridurre le disuguaglianze, l’autrice del quale (Marta Fana) propone di “Ripartire dalla redistribuzione della ricchezza… per ridurre le disuguaglianze e finanziare il reddito minimo. In Italia, il 10% più ricco della popolazione detiene il 46% della ricchezza privata totale, cioè quasi 4 mila miliardi di euro (fonte Banca d’Italia): imponendo su questi patrimoni una tassa di solidarietà della ricchezza dello 0,05%, le finanze pubbliche otterrebbero potenzialmente un gettito pari a circa 19 miliardi di euro ogni anno".

Dunque una vera e propria imposta di scopo, una imposta generale sul patrimonio (ve lo dico io, non l'Autrice che non pare avere molta dimestichezza col tema), con cui la parte più “ricca” della popolazione dovrebbe farsi carico di finanziare l’erogazione di un sussidio “di cittadinanza”. Siamo alla solita logica redistributiva e compensatoria, di utilizzo extrafiscale dell’imposta per travasare risorse da alcune ad altre classi sociali, con un intervento “riequilibratore” ex post, che lascia inalterati tutti quei meccanismi che hanno dato luogo a quelle disuguaglianze tanto deprecate che si vorrebbe correggere.

La maggior parte della ricchezza che si vuole colpire,  peraltro in Italia molto meno concentrata che in altri Paesi, è però investita in attività reali, cioè soprattutto immobili, oltre che oggetti di valore, d’arte e avviamenti commerciali: i primi già ampiamente oggetto di imposizione patrimoniale (con l’Imu, la Tasi, le imposte indirette sui trasferimenti – registro, ipotecarie e catastali), che sommata agli altri fattori di crisi del mercato ne stanno provocando un deprezzamento continuo; i secondi costituiti invece da attività illiquide, e quand’anche accertabili (opere d’arte, gioielli et similia non sono beni tracciabili) difficilissimi da misurare individualmente e perciò inidonei al prelievo.

Resta il restante 40% di ricchezza finanziaria, ma anche qui la maggior parte è rappresentata da ricchezze illiquide (obbligazioni, azioni e quote societarie, fondi comuni di investimento). E se parliamo della ricchezza della parte più ricca della popolazione, si tratta di pacchetti di maggioranza di aziende (società) che costituiscono uno strumento di produzione, e non tanto di investimento "passivo" del risparmio, non liquidabile e ancor prima non agevolmente stimabile nei valori correnti. Restano infine poco più di 1000 miliardi di depositi bancari e postali, peraltro già oggetto di un’imposizione patrimoniale occulta (imposta di bollo) e che agli attuali rendimenti (nulli o negativi) la prospettiva di una ulteriore patrimoniale farebbe scappare sotto il materasso o in altri posti.

Del resto, è noto (forse non all'autrice de Il Manifesto) che le imposte generali sul patrimonio hanno avuto in passato scarsissimo successo in tutti gli Stati, per problemi di monitoraggio e valutazione dei beni, di scomputo delle posizioni debitorie e infine di liquidità del presupposto, tanto da essere soppiantati dalle imposte sul reddito quale principale fonte di finanziamento delle spese pubbliche.

Ma siccome un’imposta tira l’altra, “per ristabilire un principio di equità bisognerebbe introdurre anche una vera tassazione sulle successioni che sia di tipo progressivo e non di fatto inesistente, data la soglia di esenzione a un milione di euro prevista dalla legge italiana”. Dunque, accanto ad un’imposta generale ordinaria sul patrimonio da introdurre ex novo (in aggiunta a quelle speciali già esistenti su immobili, depositi bancari etc.), anche un inasprimento dell’imposizione straordinaria prelevata al momento di successioni mortis causa e donazioni, imposta che graverebbe ancora una volta soprattutto sui cespiti immobiliari.

Ci fermiamo qui? No certo, perché non bisogna – come ci avverte l’Autrice – cadere nell’inganno liberista: “per aggredire i meccanismi che facilitano l’aumento delle disuguaglianze sarebbe necessario ripristinare le imposte sui profitti e introdurre quelle sulle rendite di vario tipo favorendo i redditi da lavoro pur mantenendo un’adeguata progressività della tassazione su questi ultimi”.

Ripristinare le imposte sui profitti? E quando mai sarebbero state abolite? In che mondo vive la nostra Autrice? Non sa che in Italia esistono l’Ires, l’Irap, e che aggiungendo il prelievo sui dividendi distribuiti si arriva anzi si supera il 50 per cento di tassazione?

E quali sarebbero le “rendite di vario tipo” da tassare? Lo sa l’Autrice che l’imposta sulle rendite finanziarie è stata più volte recentemente innalzata fino al 26 per cento, su redditi tassati al lordo dei costi e dell’inflazione? E lo sa che l'Irpef su dividendi e le plusvalenze, sommata all’imposta sui redditi societari, determina un prelievo abnorme, già oggi superiore (per le partecipazioni non qualificate) alle più elevate aliquote progressive Irpef? Quanto ai redditi di lavoro, su cui andrebbe mantenuta un’adeguata progressività, sa la nostra Autrice che già a 28 mila euro scatta l’aliquota del 38 per cento?

Ecco, prima di proporre nuove imposte senza nemmeno conoscere quelle esistenti (non dico un po’ di teoria, storia e prassi della tassazione!), non sarebbe meglio documentarsi? Perché altrimenti c’è il rischio che molti, in perfetta buona fede, credano a progetti irrealizzabili, e che si riesca invece soltanto a fomentare un’invidia sociale mal riposta.  

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