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Home Economia, diritto e tassazione Troppi debiti sono un male? Non è una buona ragione per tassarli
Troppi debiti sono un male? Non è una buona ragione per tassarli PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Martedì 09 Giugno 2015 21:00

The Economist ha di recente dedicato titolo e  copertina ("The great distorsion"), e molti approfondimenti, al tema del crescente debito di famiglie, imprese e società, considerando lo stesso “sussidiato” – e dunque artificialmente gonfiato – dalle legislazioni fiscali che ammettono in deduzione dal reddito gli interessi passivi.

Senza operare distinzioni tra interessi connessi a debiti afferenti alla sfera di privati, che in taluni casi sono ammessi in deduzione (si pensi alla normativa italiana sulla deducibilità degli interessi sui mutui per l’acquisto dell’abitazione), e interessi relativi a debiti contratti da società, deducibili dal reddito d’impresa, l’Economist ritiene queste regole di deducibilità distorsive, addirittura senza senso (“A senseless subsidy”), suggerendo di sancire d’ora in avanti l’indeducibilità degli interessi. Ed eventualmente, onde evitare un eccessivo aggravio d’imposta nel settore delle società di capitali, di ridurre l’aliquota della corporation tax, cioè sui redditi societari, in modo da mantenere il gettito stabile.

Quest'analisi lascia molto perplessi, per l’impropria concezione dell’imposta, che si vorrebbe surrogasse altri strumenti, di tipo regolatorio, violentando così i principi della tassazione. Se nelle proposte di tassazione ultraprogressive (come quelle di Stiglitz e Piketty) si è di fronte a una discutibile concezione “compensatoria” dell’imposta, come mero strumento redistributivo e di correzione degli assunti squilibri del mercato, la tesi dell’Economist è forse ancor meno giustificabile, per la sua totale indifferenza alle elementari regole di determinazione della ricchezza ai fini della tassazione.

Stupisce anzitutto che tutte le posizioni debitorie vengano poste sullo stesso piano (tutte “nere”, come le vacche di Hegel), senza nemmeno procedere a una basilare distinzione  – quella tra interessi passivi pagati da privati e interessi inerenti all’impresa - che la dice lunga sullo stato degli studi concernenti la determinazione della ricchezza ai fini della tassazione, sinistro sintomo dell’inadeguatezza delle accademie tributarie (a questo punto non solo italiana, mal comune mezzo gaudio!) .

La deducibilità degli interessi pagati da persone fisiche per debiti contratti in relazione alla loro sfera privata, può in effetti essere vista come una misura sovvenzionale, frutto di discrezionalità politica, abbastanza consueta nell’ambito degli strumenti usati per enfatizzare i tratti di “personalità” dell’income tax. Il reddito tassabile può cioè assumere i connotati del “clear income”, depurato da spese riferibili alle necessità esistenzali dell’individuo e della sua famiglia, come l’esigenza abitativa. In quest’ambito, il suggerimento dell’Economist può essere o meno condiviso, a seconda delle preferenze sul perseguimento di  politiche sociali via tax expenditure, come quella connessa all’accesso dei cittadini all’abitazione, anche rendendo più sostenibile il pagamento degli interessi passivi sul mutuo contratto per l’acquisto della casa. Una tale situazione connota del resto anche alcune configurazioni dell’imposta sul reddito, come quelle basate sulla flat tax, che come noto, oltra a una fascia esente, non prevede (a fronte di un’aliquota mite) ulteriori deduzioni o detrazioni.

Completamente diversa è invece la situazione per gli interessi passivi pagati da imprese e società. Questi si riferiscono infatti a debiti contratti nell’esercizio dell’impresa, per finanziare l’acquisto di beni strumentali o magari il capitale circolante, per effettuare acquisizioni, e così via; e tali interessi devono necessariamente concorrere alla formazione del reddito, trattandosi di un costo per l’acquisizione di un fattore produttivo, essendo ovviamente tale anche il capitale preso a prestito. La deducibilità degli interessi sostenuti su debiti che finanziano attività economiche (tralasciando qui il caso-limite della “non inerenza” all’impresa di interessi passivi pagati da società, la cui verifica imporrebbe un complicato scrutinio del tipo di “attività” patrimoniali finanziate) non può dunque essere considerata un “sussidio”, ovvero una graziosa agevolazione fiscale, quanto un ineludibile corollario del concetto di reddito, entità da calcolarsi al netto dei costi di produzione.

Se infatti è vero che in talune legislazioni esistono dei limiti alla deducibilità, come avviene per le misure sulla “capitalizzazione sottile”, si tratta pur sempre di norme con finalità antielusiva, che decretano la non deducibilità di interessi su finanziamenti effettuati o garantiti dai soci, veicolati attraverso strutture a bassa fiscalità o che non tassano i corrispondenti interessi attivi. Mentre altre limitazioni, come quella italiana connessa a uno stravagante e dirigistico quoziente tra interessi passivi e margine operativo lordo, prevedono soltanto un differimento della deduzione, non già la sua negazione, risultando altrimenti in un palusibile contrasto con l’art. 53 Cost., sotto un profilo ad esso sensatamente attribuibile (quello della tassazione del reddito al netto dei costi).

D’altra parte, il refrain sul presunto favor del debito nei confronti dell’equity, attesa la deducibilità degli interessi passivi ma non dei dividendi, trascura che distribuendoli la società non sostiene “costi”, ma attua una destinazione dell’utile, dunque la deduzione (o se si preferisce l’intassabilità) sarebbe sistematicamente priva di senso. Dunque, le norme riconducibili alla cd. ACE (“Allowance for Corporate Equity”), che detassano una quota degli utili di esercizio corrispondente a una remunerazione standard figurativa del capitale proprio, al fine di “parificare” sotto il profilo fiscale debito ed equity, oltre a non essere particolarmente sensate assumono carattere agevolativo, sovvenzionando una quota dei profitti, solo per l’incapacità di cogliere l’irriducibilità delle due situazioni (il “servizio” del debito e la remunerazione del capitale proprio) ad un unico denominatore comune.

Ma non basta. Anche sul tema della simmetria tra la posizione del debitore e quella del creditore, l’Economist semplicemente glissa, senza comprendere che l’altra  fondamentale ragione di deducibilità degli interessi passivi risiede nella tassabilità di quelli attivi percepiti dal creditore: eliminando la deducibilità, vi sarebbe dunque – stavolta sì – una clamorosa distorsione, ovvero la doppia tassazione di uno stesso flusso reddituale.

La riduzione dell’aliquota societaria, che l’Economist bontà sua indica quale possibile contropartita di una norma sull’indeducibilità degli interessi, riflette una concezione dei sistemi tributari molto grossolana, tutta sbilanciata sul lato macroeconomico, su obiettivi dirigistici di governo dell’economia, e totalmente disattenta ai diritti individuali: si potrà infatti anche abbassare l’aliquota, ma per una società che paga ingenti interessi passivi e magari produce perdite, anziché utili, l’indeducibilità si trasformerebbe in un’imposta sui debiti.

 

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