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Home Economia, diritto e tassazione Tassazione dei gruppi multinazionali, logiche domestiche
Tassazione dei gruppi multinazionali, logiche domestiche PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Martedì 02 Giugno 2015 17:54

Apprendo, dall’articolo di Federico Rampini su repubblica.it, che in occasione del Festival dell’Economia di Trento Joseph Stiglitz e altri economisti avrebbero lanciato una proposta per contrastare gli schemi di pianificazione fiscale delle multinazionali, basati sulla localizzazione di subsidiaries in giurisdizioni a bassa fiscalità, superando il principio delle entità separate (ritenuto una “finzione legale”) a favore di una considerazione unitaria del reddito delle multinazionali, di una tassazione nell’Home State dell’intero loro utile consolidato, e addirittura di una “corporate minimum tax” (immagino sugli utili accumulati all'estero e non distribuiti alla controllante).

Il proclama “le imprese multinazionali agiscono come entità uniche e come tali devono essere tassate” sembra in effetti sensato, ma è una sensatezza solo apparente.

Anzitutto, il principio delle entità separate non è affatto una “finzione”,  ma un corollario della personalità giuridica degli enti, su cui si basa la stessa ragion d’essere delle corporation tax oggi sotto accusa. La costituzione di legal entities operanti in altri territori, sui cui redditi lo Stato della società controllante ha una potestà molto limitata, non è l’effetto di lacune ordinamentali dei Paesi con elevate aliquote d’imposta, bensì un riflesso del principio di libertà di stabilimento, e di quello secondo cui un’impresa localizzata e residente in un certo Stato non può essere tassata in un diverso Stato, se non limitatamente ai redditi ivi prodotti, ad esempio attraverso una stabile organizzazione (ne abbiamo parlato qui, a proposito delle proposte italiane di modificarne unilateralmente il concetto per adattarlo all’economia digitale).

D’altra parte, il principio di separatezza degli imponibili fiscali già oggi incontra eccezioni, come quelle basate su normative antielusive, le cosiddette Controlled Foreign Companies Legislation, che prevedono la tassazione dei redditi prodotti dalla società estera controllata direttamente in capo all’azionista di riferimento, qualora si tratti di passive income, di redditi non connessi all’effettivo esercizio di attività economiche produttive (come avviene per i redditi finanziari, o per quelli derivanti dallo sfruttamento di beni immateriali).

La tassazione degli active business collocati legalmente in altri Paesi non può invece avvenire nel Paese di residenza dell’azionista, se non rinnegando il principio di libertà di stabilimento e le giuste aspettative impositive dello Stato fonte del reddito. Poiché queste ultime non possono certo essere frustrate (dopotutto è lo Stato della fonte col suo ordinamento, le sue infrastrutture, i suoi lavoratori, che consente alla subsidiary di produrre il reddito), la tassazione del reddito presso la capogruppo solleverebbe un problema di doppia imposizione. Vi sarebbe dunque, in assenza di un full credit per le imposte pagate all’estero dalle subsidiaries, uno svantaggio ad operare in altri Paesi, col rischio di violare quella capital export neutrality che la proposta  di Stiglitz vorrebbe invece a ripristinare.

La tassazione su base consolidata si trasformerebbe insomma in una misura restrittiva, in un ostacolo alla libera circolazione dei capitali e alla libertà di stabilimento, e nel migliore dei casi opererebbe alla stregua di una misura di armonizzazione forzata e unilaterale, con un dirigistico azzeramento di ogni diverso regime e livello estero di tassazione; ad essere eliminata non sarebbe la concorrenza fiscale dannosa, ma la concorrenza fiscale tout court.

Va poi ancora ricordato che la corretta allocazione del valore aggiunto tra le diverse entità legali di un gruppo multinazionale è già presidiata dalle normative sul transfer pricing: il principio dell’arm’s lenght, che impone di valorizzare fiscalmente i trasferimenti intragruppo di beni e servizi come se gli stessi fossero posti in essere da imprese indipendenti, serve proprio a evitare che una certa entità legale opportunamente localizzata possa essere utilizzata per “canalizzare” i flussi reddituali in un Paese a bassa tassazione, in assenza di un  corrispondente valore aggiunto prodotto grazie alle funzioni effettivamente svolte su quel territorio. Come giustamente osserva anche l’Ocse nel BEPS Action Plan, “no or low taxation is not per se a cause of concern, but it becomes so when it is associated with practices that artificially segregate taxable income from the activities that generate it”. Lo stesso Ocse propone di intervenire rendendo più effettive le politiche di contrasto al transfer pricing e alla delocalizzazione dei passive income, non certo abolendo il principio delle entità separate.

Il suggerimento, di cui Stiglitz parla anche nel suo The Price of Inequality, volto a eliminare il principio delle entità separate quale cardine della tassazione, imporrebbe di tassare nello Stato dell’azionista redditi derivanti da attività produttive svolte in altri Stati da società ivi residenti, con l’ulteriore conseguenza che l’azionista verrebbe tassato su redditi non ancora percepiti, e che potrebbe anche non ricevere mai, violando così il venerando principio di tassazione dei (soli) redditi realizzati. Non è un caso, del resto, che la tassazione societaria su basi consolidate e su scala internazionale sia prevista da pochissimi Paesi, assumendo sempre carattere opzionale, quale meccanismo per la compensazione intragruppo delle perdite.  Trasformarla in un meccanismo legale obbligatorio non sembra dunque, nonostante le apparenze, necessariamente una buona idea. Anche perché esiste il rischio che, sancito il diritto di tassare l’utile consolidato della multinazionale nell’Home State, di residenza della capogruppo, sia proprio quest’ultima ad essere spostata in un altro Paese a più mite fiscalità, con perdita “delle cucuzze e di tutto il cucuzzaro”.

 

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