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Home Economia, diritto e tassazione Salvare la Grecia dal default? Mettiamoci una tassa!
Salvare la Grecia dal default? Mettiamoci una tassa! PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Lunedì 25 Maggio 2015 15:12

La proposta lanciata via twitter da Giampaolo Galli,  economista e deputato del PD, di istituire un tributo di scopo per salvare la Grecia del default (“default o exit sarebbero devastazione per loro e per UE. Non possiamo consentirlo. Occorre una tassa per la Grecia”), si basa sul seguente assunto: giacché il costo del default o del “grexit” sarebbe comunque l’equivalente di una “tassa” a nostro carico, almeno istituendola esplicitamente i costi del salvataggio sarebbero più trasparenti potendo essere discussi dal Parlamento italiano (e da quelli degli altri Stati dell’UE) (“Il default è una tassa che ci viene imposta da estero. Io propongo discussione dei parlamenti… Il tributo ce lo sta imponendo la Grecia con default o exit. Io dico: se ne discuta in Parlamento”).

Questo ragionamento mette sullo stesso piano istituti tra loro molto diversi, in quanto un conto è effettuare un prestito, nella prospettiva della sua restituzione, e altro è versare delle somme a titolo definitivo e senza obblighi di restituzione, per finanziare spese pubbliche di altri Stati a carico della propria collettività, che verrebbe invece incisa dall’imposta in via definitiva. E tale diversità di prospettiva resta ferma anche nell’eventualità che il debito non venga, in tutto o in parte, restituito: un conto è infatti correre il rischio di insolvenza del debitore, altro è donargli direttamente quanto gli serve.

Una proposta come quella di Giampaolo Galli va però verificata, prima ancora che sul terreno delle “equivalenze economiche” e dell’opportunità politica, sul piano della fattibilità giuridico-istituzionale.

Va allora ricordato che nel nostro sistema il dovere tributario, che trova principale fondamento nel  principio di capacità contributiva, è finalizzato alla copertura delle “spese pubbliche” (art. 53 Cost.). L’assoggettamento alla sovranità statuale e l’appartenenza alla collettività fa sorgere un dovere di contribuzione, per finanziare le spese dello Stato e per la possibilità anche solo astratta di partecipare ai vantaggi derivanti da attività e servizi dallo stesso svolte e prestate.

Secondo un’opinione diffusa, che mi limito qui a rammentare ma che mette eccessivamente in ombra il suo carattere “interessato” (e per certi aspetti egoistico), il dovere tributario avrebbe una matrice solidaristica. Apparentemente, dunque, un tributo di scopo a vantaggio di una certa comunità svantaggiata (nel caso, quella greca) troverebbe copertura costituzionale. E si potrebbe richiamare il precedente del tributo di solidarietà istituito in Germania negli anni ’90 del secolo scorso in occasione della riunificazione tedesca.

Peccato però che l’ambito della solidarietà cui si riferisce il dovere tributario è pur sempre un ambito nazionale, ed era tale anche nel precedente tedesco testé ricordato; e una spesa dello Stato per potersi qualificare come “spesa pubblica” deve ridondare a vantaggio della collettività a cui viene chiesto di contribuire. Nella proposta di Galli entrambi questi elementi sono invece assenti.

Lo Stato può certo decidere di dedicare risorse a progetti umanitari in aree sottosviluppate, o a popolazioni colpite da eventi drammatici quali terremoti o alluvioni, e queste risorse  potrebbero essere finanziate da tributi. Non mi pare invece sia mai stata ipotizzata l’istituzione di una “tassa (tributo) di scopo” per finanziare la spesa pubblica di un altro Stato e i servizi da questo erogati, poiché ciò farebbe venir meno quella che nel mio ultimo libro ho chiamato “la giustificazione sociale dell’imposta”, spezzando il necessario legame tra il concorso del singolo e le spese del gruppo sociale cui il primo appartiene, e ogni ancorché remota possibilità di avvantaggiarsi dei servizi pubblici finanziati da quelle spese, di cui sarebbe per definizione destinatario un diverso Stato-comunità.

Nell’istituzione di un tributo di scopo il cui gettito fosse destinato a sovvenzionare  le necessità di spesa di un altro Stato e i bisogni di una diversa collettività organizzata, verrebbe meno il substrato giuridico, sociale e politico del tributo medesimo. Si progetterebbe insomma un tributo incompatibile con i principi costituzionali, e che cesserebbe di essere tale, per trasformarsi in una sorta di auto-requisizione, in un “bottino di guerra” a vantaggio di un altro popolo e un altro Stato. Quest’ultimo si trasformerebbe da “debitore” a “creditore” di un gettito fiscale altrui, e potremmo ancora dire, duemila anni dopo, Graecia capta ferum victorem cepit.

 

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