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Home Economia, diritto e tassazione Pensioni, alla ricerca dell'equità perduta
Pensioni, alla ricerca dell'equità perduta PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Lunedì 18 Maggio 2015 16:20

La sentenza n. 70/2015 della Corte Cost. sull'illegittimità del blocco della perequazione per le pensioni fino a tre volte il minimo Inps, ha scatenato com'era prevedibile un acceso dibattito sulla sostenibilità e l'equità del nostro sistema pensionistico, anche  in una prospettiva intergenerazionale.

Molti osservatori (come da ultimo Sandro Brusco su "noisefromAmerika") hanno giustamente indicato che il principale problema di "equità" non riguarda in sè le pensioni elevate, che potrebbero essere giustificate alla luce dei contributi versati durante la vita lavorativa, quanto lo scarto tra trattamenti pensionistici e montante contributivo, visto che nelle pensioni calcolate secondo il metodo retributivo, abbandonato solo dal 1995, non vi è alcuna garanzia di una correlazione tra contributi e livello delle prestazioni. Le pensioni retributive sono in effetti un'entità ibrida, in parte riconducibile all'idea del "salario differito" (per la quota corrispondente al montante contributivo), in parte e per la differenza vero e proprio sussidio o forma di assistenza. Ora, se l'assistenza nei confronti degli anziani bisognosi e sprovvisti dei mezzi per vivere è comprensibile e anzi doverosa in applicazione dei principi solidaristici, non lo è più laddove la stessa venga a sussidiare  soggetti che già dispongono di una "retribuzione differita" (cioè una pensione giustificata dai contributi versati) più che dignitosa, anche perché la stessa viene di fatto pagata dalle successive generazioni, che non potranno godere di analogo trattamento visto il passaggio al sistema contributivo.

Focalizzato così l'obiettivo "politico", ci si interroga tuttavia sulla sua percorribilità, dati i vincoli giuridici esistenti. Si tratta peraltro di quegli stessi vincoli che nel 2011 portarono il Governo Monti a intervenire sulla deindicizzazione delle pensioni, evidentemente nella convinzione (peraltro frustrata dalla Corte) che non si potesse intervenire direttamente sui trattamenti pensionistici, riducendoli, ma solo sul mancato adeguamento degli stessi all'inflazione.

Da un lato, infatti, il ricalcolo delle pensioni "retributive" col metodo contributivo rischia di scontrarsi col dogma dei "diritti acquisiti", cioè  l'intangibilità dei trattamenti pensionistici di coloro le cui pensioni sono state già liquidate ed hanno maturato un legittimo affidamento, principio più volte richiamato dalla Corte Costituzionale nel circoscrivere la possibilità di emanare norme con efficacia retroattiva in materia di interessi costituzionalmente protetti. Si consideri, inoltre, che la stessa Corte Europea dei Diritti dell'Uomo assimila il diritto al trattamento pensionistico già liquidato al diritto di proprietà, non suscettibile di esproprio.

Dall'altro lato, i tentativi un po' goffi di introdurre dei non meglio precisati "contributi di solidarietà" a valere sulle pensioni più elevate sono stati bocciati dalla Corte Cost. in quanto prelievi tributari selettivi in contrasto col principio di uguaglianza tributaria (vedi la sentenza n. 116 del 2013).

Se però si abbandona la logica del prelievo - per fare cassa - sulle pensioni elevate, e ci si concentra su una misura che coniughi equità (anche integenerazionale) e indiretta riduzione della spesa pensionistica, si potrebbe esplorare l'idea di introdurre un vero e proprio tributo, che potrebbe anche assumere la fisionomia di un'addizionale Irpef, sull'eccedenza dei trattamenti pensionistici "retributivi" rispetto al montante contributivo individuale.

Al netto delle difficoltà di calcolo di queste differenze, che pure esistono ma che in qualche modo parrebbero essere superabili anche attraverso calcoli forfettari, un tributo "selettivo" di questo tipo potrebbe trovare giustificazione nel principio di discriminazione qualitativa dei redditi. Se, come anche nella sentenza n. 70/2015 affermato dalla Corte, la pensione è una "retribuzione differita" a fronte del lavoro prestato, lo è solo in parte, mentre nella misura in cui la rendita pensionistica non trova corrispondenza nei contributi versati, si è in presenza di un reddito unearned, di una forma di sussidio guadagnata dal pensionato senza sforzo, di un "windfall" ovvero di un "regalo" - dovuto alla previgente legislazione sulle pensioni - che viene oggi pagato dalle più giovani generazioni.

E' vero che la teoria della discriminazione qualitativa dei redditi si è affermata soprattutto per discriminare i redditi fondati sul capitale, in quanto destinati a perpetuarsi indefinitamente (al contrario dei redditi di lavoro, che devono soddisfare anche esigenze previdenziali e perciò non possono essere interamente spesi per il consumo corrente). Ma ciò non toglie che, nell'ottica della discriminazione qualitativa dei redditi, si possa dare rilevanza anche ad altri aspetti, come appunto il fatto che le pensioni retributive sono in parte "non guadagnate", poste a carico della collettività e delle giovani generazioni di lavoratori, e perciò maggiormente suscettibili di prelievo, cioè in grado di manifestare una capacità di contribuire alle spese pubbliche differenziata e qualificata, tale da mettere probabilmente al riparo un prelievo del genere da censure fondate sulla violazione del principio di uguaglianza tributaria. 

Verso il basso, le pensioni sociali o comunque  considerate "di sussistenza", sarebbero esenti dal prelievo ancorché non coperte da contributi, in ossequio alle istanza solidaristiche e se vogliamo in applicazione del principio dell'esenzione da tassazione delle ricchezze minime (insito nell'art. 53 Cost). Ma oltre una certa soglia, non vi sarebbero ragioni per non introdurre un prelievo selettivo su una particolare categoria di "redditi non guadagnati", cioè sulla parte di sussidio implicita in molte pensioni calcolate col "retributivo".

Un'operazione di questo genere, se ben congegnata ed illustrata, potrebbe superare indenne le forche caudine della Corte, in quanto non entrerebbe in conflitto con la teoria dei diritti quesiti (non implicando un ricalcolo in senso peggiorativo di trattamenti pensionistici già liquidati), e  potrebbe essere inquadrata a testa alta come tributo selettivo giustificabile alla luce del principio di discriminazione qualitativa dei redditi, che la Corte ha proprio recentemente dimostrato di conoscere suggerendone addirittura al legislatore l'adozione, sia pure in un diverso contesto (si veda la sentenza n. 10/2015 sulla Robin Hood Tax).

 

 

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