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Home Economia, diritto e tassazione Incostituzionalità del blocco delle pensioni, e diritti più "uguali" di altri
Incostituzionalità del blocco delle pensioni, e diritti più "uguali" di altri PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Venerdì 01 Maggio 2015 10:35

La sentenza con cui la Corte Costituzionale,  sentenza n. 70 del 2015, ha dichiarato l’incostituzionalità del blocco biennale della perequazione automatica delle pensioni superiori a una certa soglia, introdotto dal Governo Monti, si presta a molteplici riflessioni, che proverei a svolgere sul terreno delle tecniche argomentative utilizzate e degli effetti giuridici della sentenza.

Va anzitutto rilevato che la Corte ha escluso la natura tributaria della misura con cui è stato disposto il blocco delle rivalutazioni automatiche per adeguamento delle pensioni al costo della vita, e dunque, per conseguenza,  le censure fondate sul principio di capacità contributiva e uguaglianza tributaria.

Secondo la Corte l’azzeramento della perequazione automatica dei trattamenti pensionistici non avrebbe i tratti della prestazione patrimoniale imposta di natura tributaria, in quanto non implica una decurtazione o prelievo a carico del titolare del trattamento pensionistico. Inoltre, la misura non servirebbe a procurare entrate con cui coprire spese pubbliche, bensì a determinare direttamente un risparmio di spesa.

Rispetto alla sentenza n. 116 del 2013, che aveva riconosciuto la natura tributaria di un contributo solidaristico prelevato a valere sui trattamenti pensionistici superiori a una certa soglia, sembra dunque che per la Corte il meccanismo di adeguamento delle pensioni al costo della vita non faccia parte integrante del trattamento pensionistico, costituendo un elemento che vi si aggiunge. Insomma, la rivalutazione non è un elemento già acquisito alla sfera giuridico-patrimoniale del titolare della pensione, dunque non può essere oggetto di prelievo tributario. Il blocco della perequazione determina allora, dal punto di vista dell’ente pubblico, un risparmio di spesa, non già una maggiore entrata.

Il passaggio argomentativo successivo, però, è che un blocco della perequazione, nei termini in cui era stato stabilito dal comma 25 dell’art. 24 del D.L. n. 201 del 2011 (sospensione per un biennio per i trattamenti superiori a tre volte il minimo Inps), violerebbe l’art. 36 comma 1 sul “giusto salario”, e l’art. 38 comma 2 sul diritto dei lavoratori ad un adeguato trattamento pensionistico. E ciò nonostante in una precedente occasione la Corte avesse sancito la discrezionalità di cui gode in questa materia il legislatore, e la non illegittimità dell’azzeramento temporaneo (per un solo anno) dell’adeguamento per i trattamenti pensionistici di importo elevato (superiori a otto volto il trattamento minimo Inps). In quell’occasione (sentenza n. 316/2010) la Corte aveva peraltro rivolto un monito al legislatore, invitandolo a non utilizzare con frequenza il blocco delle rivalutazioni automatiche, per non rischiare di incorrere in una violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.

Ora, rilevata la singolarità della norma impugnata rispetto a precedenti e successivi provvedimenti, che hanno di solito ridotto gradualmente la perequazione su scaglioni via via più elevati, e non invece introdotto una netta cesura tra pensioni inferiori o superiori, complessivamente, a una certa soglia, negando integralmente la rivalutazione per le seconde, la Corte ritiene che il principio di adattamento delle pensioni al costo della vita sia necessario a garantire il rispetto del criterio di adeguatezza di cui all’art. 38 comma 2 (nonché dell’art. 36, vista la costante qualificazione dei trattamenti di quiescenza quale retribuzione differita), che deve guidare le scelte discrezionali del legislatore, nel ragionevole bilanciamento tra adeguata tutela dei trattamenti pensionistici ed esigenze minime di tutela della persona, da un lato, e risorse finanziarie disponibili, dall’altro. Si noti che in questo quadro la Corte non si pone il problema della natura, retributiva o contributiva, della pensione, né quello della "solidarietà intergenerazionale", ma solo della tutela del potere di acquisto di chi oggi è in pensione.

Orbene, secondo la Corte nel caso di specie il legislatore avrebbe violato il principio di ragionevolezza, in quanto l’interesse dei titolari di trattamenti pensionistici modesti (l’intervento riguardava pensioni nette superiori a 1.217 euro mensili) sarebbe stato sacrificato con generici richiami alla “contingente situazione finanziaria”, senza “alcuna documentazione tecnica circa le attese maggiori entrate”.

Su questa affermazione si possono effettuare a caldo alcune considerazioni.

In primo luogo, aver escluso la natura tributaria della misura contestata si è tradotto in una tecnica del giudizio differente rispetto a quelli svolti ad esempio nelle sentenze 223/2012 o 116/2013. Lì si trattava di interventi su trattamenti stipendiali o pensionistici di pubblici (ex) dipendenti, per i quali, una volta riconosciuta la natura di prelievo tributario, la Corte ha deciso sulla base del principio di uguaglianza tributaria, attesa la selettività della misura.

Nel caso della sentenza n. 70/2015 sul blocco della perequazione automatica, invece, la decisione si svolge tutta sul versante del diritto a prestazioni previdenziali adeguate, a prescindere da un problema di uguaglianza di trattamento. Per intenderci, se anche il blocco della perequazione fosse stato generalizzato, cioè avesse coinvolto pure le pensioni minime, la legge non avrebbe superato il vaglio di costituzionalità, anzi la violazione degli artt. 36 e 38 sarebbe stata ancora più grave. Al contrario, un utilizzo del prelievo tributario quale strumento di “taglio” dei trattamenti pensionistici sarebbe tendenzialmente al riparo da un giudizio di costituzionalità fondato sugli artt. 3 e 53 Cost., qualora la stessa misura venisse estesa ai titolari di altri redditi di pari importo, proprio perché sarebbe rispettato il principio di uguaglianza tributaria. Come notato tra gli altri da Buchanan e Brennan (The Power to Tax. Analytical Foundations of a Fiscal Constitution), paradossalmente anche un’imposta confiscatoria potrebbe essere costituzionalmente giustificata, purché rispettosa del principio di uguaglianza. E mi chiedo a quel punto se e come potrebbero essere invocati gli artt. 36 e 38 Cost., visto che la Corte dovrebbe sindacare le aliquote Irpef nella loro capacità di incidere, ex post, sull’ammontare ritenuto “adeguato” dei trattamenti pensionistici, intromettendosi così pesantemente in un ambito (quello della discrezionalità tributaria) su cui la Corte è sempre stata molto restia ad intervenire.

L’aver posto l’accento sul diritto a un trattamento pensionistico adeguato ha fatto slittare le valutazioni della Corte su un terreno più eminentemente “politico”, attesa la necessità di entrare nel merito di che cosa debba intendersi per diritto a una retribuzione adeguata alle esigenze della vita. Non deve dunque a mio avviso stupire che la Corte abbia stavolta deciso diversamente da quanto fatto nel 2010, cioè ritenuto che una misura a carico delle pensioni tre volte superiori al minimo violi il diritto di cui sopra, mentre una analoga (anche se non identica) misura sulle pensioni superiori a otto volte il minimo non lo violi, attesa la loro maggiore capacità di “resistenza all’erosione dal fenomeno inflattivo”.

Come pure mi sembra fisiologico, e in linea con quanto fatto in tante altre occasioni, il bilanciamento operato dalla Corte tra il diritto costituzionale inciso dalla misura e le esigenze della finanza pubblica, che molte volte hanno ad esempio consentito alla Corte di “salvare” norme tributarie di assai dubbia costituzionalità. Certo è che la parte finale della sentenza,  decisiva ai fini del giudizio di costituzionalità, lascia perplessi, specie se confrontata con recentissimi precedenti.

La Corte infatti non ritiene che le esigenze finanziarie di fine 2011 fossero  state illustrate in dettaglio, eppure si trattava di esigenze conclamate in quel frangente storico di gravissima crisi dei conti pubblici. Inoltre rileva la mancanza di documentazione circa le “attese maggiori entrate”, il che appare contraddittorio rispetto a quanto rilevato dalla stessa Corte circa la natura non tributaria della misura, che quindi non si vede perché avrebbe dovuto dare luogo a maggiori entrate, e non invece a un risparmio di spesa, la cui prevista entità poi non vedo come avrebbe potuto spostare i termini della questione.

La sentenza in oggetto rende poi, in controluce, ancor meno comprensibile la sentenza n. 10 del 2015 sulla Robin Tax, in cui proprio generiche esigenze della finanza pubblica e il principio di equilibrio del bilancio sono stati utilizzati quale argomento per negare il rimborso di un’imposta dichiarata incostituzionale. Si potrebbe pensare che per la Corte non tutti i diritti siano uguali, che le aspettative previdenziali siano maggiormente tutelate dei diritti dei contribuenti a una giusta imposizione, o forse che vi siano classi sociali di serie “A” (pensionati) e classi sociali di serie “B” (contribuenti), specie quando questi rivestono i panni dei “brutti e cattivi”  petrolieri. 

 

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