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Home Economia, diritto e tassazione Le nuove ipotesi di "web tax" tra autarchia giuridica e dilettantismo
Le nuove ipotesi di "web tax" tra autarchia giuridica e dilettantismo PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Domenica 26 Aprile 2015 09:36

Riferisce Il Corriere che il Governo avrebbe allo studio una proposta per tassare i "giganti dell'economia digitale", come Google ed Amazon, sugli affari effettivamente realizzati in Italia, applicando una ritenuta del 25% operata da banche e intermediari, sui pagamenti a favore delle multinazionali con sede all'estero. Per evitare l'imposizione anche nel paese di residenza, a queste società verrebbe riconosciuto un credito di imposta pari all'importo delle tasse versate in italia. A meno che queste società non decidano di dichiarare una stabile organizzazione in Italia, pagando le imposte "in base a bilancio".

La ritenuta alla fonte - come scrive l'articolo citato - scatterebbe sul presupposto del'esistenza di una "stabile organizzazione virtuale", basata sul concetto di una presenza digitale, anche se non fisica, significativa, cioè al superamento di determinate soglie di fatturaato monitorate dal circuito dei pagamenti. Su tale proposta si sono di recente confrontati anche alcuni economisti, in un'intervista apparsa su Spazio Economia ("Tre domande sulla nuova ipotesi di web tax").

La domanda che mi pongo io è però se una tale ipotesi sia percorribile dal punto di vista giuridico, e la risposta temo sia negativa su tutta la linea.

Anzitutto, va ricordato che, in base ai principi del diritto internazionale tributario (ma anche del diritto domestico concernente la fiscalità internazionale), una società con sede all'estero può essere tassata nello Stato della fonte del reddito (l'Ialia, nel caso di specie) soltanto se ivi produce redditi da "cespite" (interessi, dividendi, royalties, redditi fondiari etc.), oppure redditi d'impresa ma esclusivamente in presenza di una "stabile organizzazione". E il concetto di "stabile organizzazione" non può essere manipolato unilateralmente, in presenza di un trattato contro le doppie imposizioni. Dunque, giacché l'Italia ha stipulato un trattato con la maggior parte degli altri Paesi, non capisco come possa oggi "inventarsi" una nozione di stabile organizzazione ("virtuale") diversa da quella desumibile dai trattati e dall'interpretazione accolta in sede Ocse.

Se dunque i "giganti dell'economia digitale" non possiedono, già oggi, una stabile organizzazione in Italia (se la possedessero già dovrebbero pagare in Italia le imposte relative agli affari conclusi mediante tale stabile organizzazione), non vedo come si possa pretendere di applicare loro una ritenuta alla fonte sui pagamenti effettuati da banche e intermediari. In mancanza di un radicamento sul territorio italiano, e atteso che i contratti di vendita vengono stipulati all'estero, le società con sede all'estero non producono redditi nello Stato della fonte (l'Italia), come del resto accade per ogni impresa che vende i propri prodotti all'estero senza ivi avere "basi fisse".

Certo l'Italia potrebbe modificare le proprie norme interne allargando il concetto di stabile organizzazione, ma la modifica resterebbe senza effetti vista la prevalenza dei trattati sulle norme "interne" (principio di specialità). L'idea poi di collegare la nascita di una "stabile" virtuale al superamento di un certo volume di transazioni mi sembra ancor meno gestibile, denotando peraltro la debolezza intrinseca del nuovo concetto di stabile organizzazione, che non può essere fatto dipendere dal numero di transazioni o dal fatturato, bensì dal modus operandi e dal radicamento sul territorio. Come pure incomprensibile è la proposta di riconoscere un credito di imposta al fine di evitare doppie imposizioni: il credito di imposta è infatti riconosciuto dallo Stato della residenza, e non certo da quello della fonte.

La proposta, nei termini sopra descritti, di intervenire unilateralmente con l'applicazione di una ritenuta sui proventi di società estera non aventi una stabile organizzazione in Italia, mi sembra in definitiva velleitaria e inattuabile.

Certo esiste un problema nella fiscalità internazionale, incentrata sul luogo di produzione del reddito, in cui il mercato della clientela è invece di per sè irrilevante ai fini della tassazione. Si potrebbe allora immaginare un tributo, diverso da quello sul reddito, applicabile con una bassa aliquota sugli affari conclusi in Italia, ma un tale tributo dovrebbe essere applicato anche alle imprese italiane (altrimenti diventerebbe discriminatorio) e rischierebbe comunque l'illegittimità comunitaria (per contrasto con le direttive sull'Iva, che non ammettono altri tributi sul giro d'affari). Ma è altrettanto certo che non è con proposte unilaterali ed estemporanee come quella sopra commentata che si riuscirà a far pagare le imposte in Italia ai players mondiali dell'economia digitale.

 

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