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Home Economia, diritto e tassazione Robin tax e dintorni: la discriminazione dei redditi societari secondo l'Avvocatura dello Stato
Robin tax e dintorni: la discriminazione dei redditi societari secondo l'Avvocatura dello Stato PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Domenica 05 Aprile 2015 17:25

Grazie ai social network, apprendo che l’Avvocatura dello Stato (Rassegna n. 4/2014, pp. 105 ss.) considera una propria importante vittoria la sentenza n. 10/2015 della Corte Costituzionale sulla Robin Tax, nella parte in cui, su richiesta in via subordinata dell’avvocatura, la Corte ha, per la prima volta (almeno in materia finanziaria), escluso la retroattività degli effetti della sentenza di accoglimento, cosa di cui ci si dovrebbe rallegrare (“in tal modo, ribadisco su richiesta dell’avvocatura, abbiamo evitato rimborsi a favore dei petrolieri e simili per almeno 7 miliardi”).

Poco importa, evidentemente, se in questo modo si è riportato all’indietro di qualche secolo l’orologio del diritto costituzionale, e introdotto un grave vulnus al principio di uguaglianza tributaria e universalità dell’imposta. Sul punto l’Avvocatura considera la sentenza sulla Robintax “una pietra miliare nella giurisprudenza costituzionale, e possiamo essere soddisfatti di avervi contribuito in modo non secondario. Non ce lo riconoscerà nessuno, ma questo non importa”.

Credo invece che i giusti “meriti” vadano riconosciuti, e vorrei qui dare il mio contributo. Anch’io, come l’Avvocatura, considero la sentenza sulla Robin Tax una “pietra miliare”, anche se per ragioni esattamente opposte: la Corte ha di fatto sospeso i diritti costituzionali, e sancito che alcune categorie di contribuenti sono “meno uguali” di altre;  e così, se un’imposta incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza tributaria, a danno di pensionati o magistrati, va restituita (come sancito dalla Corte in alcune recenti pronunce), non altrettanto deve dirsi per altre categorie, come i petrolieri o le imprese operanti nel settore dell’energia, che evidentemente non meritano sia fatta giustizia, non avendo uguali “diritti”.

L’Avvocatura prosegue ricordando un’altra vittoria, cioè l’aver convinto la Corte della legittimità di una differenziazione dell’aliquota del reddito di impresa per quei soggetti che operino in condizione di “rendita di posizione”, in situazioni di oligopolio e con una domanda anelastica. Con l’aggiunta che non ci sarebbe alcuna necessità di calcolare l’eventuale extraprofitto (“qui la Corte non ci ha seguito”). Infatti, “se si parte dal presupposto che si tassa una rendita di posizione, questa si spalma sull’intero reddito perché riguarda una condizione operativa complessiva dell’impresa, e quindi è giusto che l’aliquota aggravata si applichi a tutto il reddito e non solo alla parte, difficilmente calcolabile, che si possa attribuire alla rendita di posizione”.

Evidentemente l’autore di tali note non si rende conto che, se si attribuisse rilevanza ai fini della differenziazione delle aliquote d’imposta a elementi quali il carattere oligopolistico del settore, a non meglio precisate “rendite di posizione” e al grado di elasticità della domanda, si darebbe la stura ad una giungla di aliquote differenziate per settore produttivo, ad un sistema fiscale ingestibile e pre-moderno, in cui la discrezionalità (o meglio l’arbitrio) del legislatore potrebbe dispiegarsi senza limiti e possibilità di un controllo di ragionevolezza. Esistono infatti una miriade di settori in cui sono variamente presenti gli elementi di cui parla l’Avvocatura; si pensi al settore della telefonia mobile, dei concessionari televisivi, delle banche, del trasporto aereo o ferroviario, ma anche ai produttori di automobili, alle utilities che erogano beni irrinunciabili quali l’acqua, per non parlare dell’attività dei notai o dei taxisti, e così via, tutte variamente connotate da “rendite di posizione”, barriere all’entrata, scarsa elasticità della domanda. Quanto alle  società di capitali, l'Avvocatura e la Corte sembrano considerarli degli  “omoni” brutti e cattivi, e invece si tratta di enti intermedi di produzione e distribuzione della ricchezza, i cui redditi andrebbero traguardati, quanto a capacità di contribuire, in relazione alla personalità dei loro soci. E potrebbe benissimo succedere che una grande società energetica sia partecipata da una moltitudine di piccoli azionisti, magari lavoratori dipendenti a basso reddito e pensionati, che subirebbero una falcidia da futuribili imposte sul modello della Robin Tax.

La tesi dell’Avvocatura, che scopriamo aver ispirato la Corte la quale ne ha condiviso “quasi alla lettera” le tesi, sottende un utilizzo extrafiscale dell’imposta, per porre rimedio a presunte distorsioni e “fallimenti” del mercato, con la solita curiosa tendenza a non intervenire con strumenti regolatori in grado di eliminare sul nascere tali distorsioni, affidando invece il compito all’imposta, che per la sua natura universale non si presta allo scopo. Rispetto ad altri utilizzi extrafiscali del tributo, in questo caso il sentiero prefigurato appare tuttavia molto pericoloso e inquietante. Su questa strada dovrebbe poi, per coerenza, essere data rilevanza anche ad altri elementi, incidenti sulla facilità ovvero penosità nel produrre i redditi: così un professore universitario o un insegnante dovrebbe essere tassato, a parità di redditi, più di un minatore, e un avvocato dello Stato più di un addetto alle pulizie. Il baluardo dei contribuenti nei confronti dell’arbitrio del legislatore, rappresentato dal principio di uguglianza tributaria, verrebbe spazzato via, poiché potrebbe sempre essere trovato un qualche elemento differenziatore onde giustificare un aggravio di imposizione a carico di questo o quel settore produttivo, questa o quella classe sociale. Si pensi del resto proprio alla Robin Tax, che per l’Avvocatura andava salvata (e che la Corte ha salvato a metà) e che invece colpiva presunti extraprofitti in realtà in larga misura insussistenti e indimostrati, legati a una congiuntura rapidamente modificatasi, a imprese di intermediazione che nella filiera non traggono vantaggi dall’elevato prezzo della materia prima, in un settore in cui la maggior parte del prezzo al consumo è formata da accise e altre imposte, e in cui dunque se c’è qualcuno che gode di una “rendita di posizione” questo è proprio lo Stato.

Le excess profits taxes sono state sperimentate in passato, soprattutto in occasione dei conflitti mondiali, ma subito abbandonate per la loro ingestibilità, data la difficoltà di individuare una quota di profitto normale, ed una eccedente (extraprofitto) da tassare maggiormente, in relazione alle peculiarità dei settori produttivi, al diverso grado di rischio, capitale investito, innovazione tecnologica, etc. Eppure l’Avvocatura va oltre, proponendo come visto una ipertassazione, in alcuni settori, dell’intero utile, oppure una “aliquota progressiva su uno scaglione marginale di reddito”, senza rendersi conto che la progressività non ha alcun senso per i redditi societari (ma solo per quelli delle persone fisiche, giustificandosi con la utilità decrescente dei consumi sottesi da redditi più elevati), e che gli “scaglioni marginali di reddito” porrebbero gli stessi problemi di determinazione che indussero ad accantonare le excess profits taxes. Però per l’Avvocatura la tassazione progressiva sarebbe da preferire anche rispetto a divieti di traslazione: “il vero disincentivo ad aumentare i ricavi per traslazione è infatti solo un incremento più che proporzionale dell’imposta al crescere dei ricavi”. Si ipotizza così una progressività non più legata al reddito, ma al crescere dei ricavi. E così un’impresa in grado di produrre enormi ricavi, ma magari scarsamente profittevole, dovrebbe scontare aliquote più elevate, non si comprende in nome di cosa.

Però non disperiamo: come dice l’Avvocatura, per ora “accontentiamoci di avere evitato un danno emergente enorme. Per il lucro cessante c’è tempo”. Ecco, non resta che aspettare.

 

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