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Home Economia, diritto e tassazione Il tributo successorio tra giustizia sociale, problemi di progettazione giuridica e rischi di selezione avversa
Il tributo successorio tra giustizia sociale, problemi di progettazione giuridica e rischi di selezione avversa PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Lunedì 23 Febbraio 2015 12:36

In una recente tavola rotonda di presentazione di un libro, ci siamo interrogati sull’esiguità del gettito annuo del tributo successorio in Italia (500 mln circa), e sui nodi tuttora irrisolti connessi alla tassazione delle liberalità indirette.

Secondo un paper dell’IMF del gennaio 2014, ciò sarebbe dovuto alle elevate franchigie e basse aliquote dell’imposta italiana, se confrontate con quelle vigenti negli altri Paesi, tanto da  proporre la riduzione delle prime e una scala di aliquote progressive modellate su quelle Irpef, cioè dal 23 al 43 per cento. Il documento dell’IMF critica poi l’esenzione prevista per i trasferimenti di aziende e società nell’ambito del nucleo familiare.

Con un’intervista pubblicata ieri sul sito Linkiesta dal titolo "Contro l'eredità, la peggiore nemica del merito", il prof. Carnevale-Maffè, economista alla Bocconi, sottoscrive l’analisi dell’IMF, sottolineando le caratteristiche redistributive e “liberali” del tributo (nell’ottica dell’uguaglianza delle situazioni di partenza degli individui), e paragonando per certi versi il prelievo ad un’imposta su un reddito straordinario ed immeritato per gli eredi: da qui la proposta di uno spostamento di una quota dell’attuale tassazione sul lavoro verso un’imposta di successione progressiva e con vincolo di destinazione del gettito (a favore dell’educazione pubblica e della ricerca).

Lo stesso governo Renzi sembrava qualche mese fa orientato ad intervenire sull’imposta di successione e donazione,  con riduzione delle franchigie e aumento delle aliquote di un paio di punti percentuali, con l’obiettivo di ricavarne un gettito nell’ordine di 1 miliardo di euro.

Premetto che non sono affatto contrario in linea di principio ad un tributo del genere, anzi. Per brevità rinvio a quanto scrissi nel 2000, poco prima che l’imposta fosse abolita dal governo insediatosi l’anno successivo (dalla quarta di copertina del mio Donazioni e liberalità indirette nel tributo successorio: “Trattasi di un prelievo che insiste su una ricchezza prodotta da altri, che il beneficiario riceve senza sforzo e non in virtù di propri meriti. Il tributo successorio asseconda dunque un’esigenza di equità sociale, che certo non va estremizzata in modo punitivo o giustizialistico, ma non merita di essere soppressa”), e ancora di recente ne La giustificazione sociale dell’imposta: il patrimonio, specie se ereditato o frutto di un lascito, manifesta certamente una capacità contributiva qualificata suscettibile di imposizione.

Detto questo, le analisi economiche che ho precedentemente citato scontano a mio avviso diversi equivoci di fondo, anzitutto con riguardo alla natura dell’imposta. Questa non può affatto essere vista alla stregua di un’imposta su un reddito straordinario e unearned. Non mi  convince l’inclusione nel concetto di reddito-entrata dei lasciti ereditari e delle donazioni (risalente a Henry Simons), per la semplice ragione che non si tratta di un incremento del prodotto sociale, di una “nuova ricchezza” per la società nel suo insieme, bensì del mero trasferimento dello stock patrimoniale da alcuni individui ad altri individui. Il tributo successorio è un’imposta patrimoniale, non reddituale, prelevata in via straordinaria in occasione della morte o di atti gratuiti (liberali) di trasferimento tra vivi. Il presupposto del tributo è l’incremento patrimoniale ricevuto senza sforzo dall’erede o dal beneficiario di una liberalità, ma questo incremento proviene da redditi già tassati (o che avrebbero dovuto esserlo) in capo ai precedenti danti causa. Sono certamente presupposti giuridicamente diversi realizzati da soggetti diversi, e tuttavia sarebbe sbagliato non porsi il problema del coordinamento tra il tributo sul reddito e quello successorio. Se infatti tassassimo con aliquote marginali nell’ordine del 30-40 per cento trasmissioni ereditarie formate con redditi a loro volta tassati con aliquote dello stesso ordine di grandezza, lo Stato finirebbe per avocare a sé i tre quarti delle ricchezze private, e dopo un paio di generazioni la totalità di tali ricchezze. Senza dire che la ricchezza immobiliare trasmessa per via ereditaria ha già scontato a monte anche una pesante imposizione in acquisto (tra registro e ipocatastali intorno al 10 per cento). Esiste dunque un problema di cumulo di prelievi (se non di vera e propria “doppia imposizione” in senso tecnico), che non può essere rimosso sulla base di argomenti formali e obiezioni causidiche (ancor più sorprendenti se provenienti da economisti!); altrimenti, dovremmo tassare in misura piena anche i dividendi percepiti da persone fisiche, che pure sono alimentati con utili che hanno già scontato l’imposta sul reddito societario, sulla sola base della diversità giuridica di presupposti e soggetti. Semmai, le aliquote del tributo successorio andrebbero differenziate in funzione della provenienza dei beni e delle somme comprese nel lascito, in funzione cioè del loro essersi o meno formate con redditi tassati, ma su questi non banali problemi di progettazione rinvio ad altri approfondimenti.

La seconda questione con cui confrontarsi riguarda il fatto che in molti casi alla formazione di ciò che cade in successione gli eredi non sono affatto estranei, avendovi fattivamente contribuito: nell’esenzione prevista dalla legge per i passaggi generazionali di aziende e società, ad esempio, si considera certo il problema di “liquidità” del presupposto (evitare che, per far fronte all’onere impositivo, gli eredi siano costretti a liquidare il patrimonio societario o vendere le quote a terzi), ma si tiene altresì conto del contributo dato in molte occasioni dai figli al successo dell’azienda di famiglia, casi in cui viene meno il carattere “immeritato” dell’incremento e dunque le ragioni per una pesante tassazione con finalità redistributiva. Dato il sostanziale successo del nostro capitalismo familiare, ci penserei due volte prima di incepparne i meccanismi: un’aliquota del 30-40 per cento costringerebbe in molti casi gli eredi a vendere o liquidare il patrimonio aziendale. Resta poi imprecisato come e da chi dovrebbe essere stimato il valore di assets e avviamenti impliciti aziendali, o se accontentarsi dei patrimoni netti contabili (soluzione oggi adottata per le società non quotate).

Infine, istituti di ricerca internazionali ed economisti non sembrano rendersi conto delle insidie inerenti alla progettazione del tributo: la possibilità di anticipare la successione con trasferimenti inter vivos non formalizzati, o attraverso liberalità indirette, cioè atti e comportamenti che non si qualificano giuridicamente in senso liberale e non possono dunque essere facilmente assoggettati a tassazione (tanto è vero che oggi le liberalità tassabili sono solo quelle volontariamente dichiarate come tali dall’interessato, senza che gli Uffici possano accertarle autonomamente), rende difficile l’emersione della “base imponibile”. Forse non tutti ricordano che prima della riforma del 2000 il tributo successorio prevedeva una doppia scala di elevatissime aliquote progressive, ma anche allora il gettito era molto basso e proveniva quasi tutto da piccoli patrimoni immobiliari, proprio per lo svuotamento degli assi con trasferimenti inter vivos informali o con anodini atti che realizzano liberalità indirette. E anche in Paesi come gli Stati Uniti, dove le aliquote marginali arrivano al 40%, il gettito del tributo risulta attestato all’1% delle imposte federali e se ne lamenta l’ampia elusione. Un forte inasprimento delle attuali aliquote darebbe dunque verosimilmente luogo a fenomeni di selezione avversa, incentivando inefficienze allocative quali dazioni informali di denaro o altri beni-rifugio, trust e altri strumenti attraverso i quali realizzare liberalità non soggette a registrazione, e fornirebbe ulteriore incentivo alla mancata registrazione della ricchezza al momento della sua formazione (con evasione dell'imposta sul reddito).

Fino ad una futuribile riprogettazione tutta da immaginare, il tributo su successioni e donazioni rimane un’imposta d’atto, modellata sulla falsariga di quella di registro, che colpisce i singoli atti giuridici assoggettabili a registrazione, e che non può avvalersi delle strutture aziendali o bancarie (gli “esattori per conto del fisco”, come li avrebbe chiamati Einaudi) per intercettarne i presupposti. E’ un’imposta che richiede una forte assunzione di responsabilità degli Uffici nella qualificazione di atti e comportamenti che per loro natura si prestano a diverse interpretazioni, e che potrebbe avvenire solo accettando una enorme intromissione negli interna corporis delle sistemazioni patrimoniali tra privati, siano essi o meno membri della famiglia, per indagarne lo “spirito di liberalità” sottostante, col rischio di accertamento come liberalità di atti che magari tali non erano. Siamo pronti a tutto questo?

 

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