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Home Economia, diritto e tassazione "Tassa sul contante", ultima follia di un esecutivo in stato confusionale
"Tassa sul contante", ultima follia di un esecutivo in stato confusionale PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Martedì 17 Febbraio 2015 17:16

Non so se, al di là delle indiscrezioni di stampa di oggi (martedì grasso, sarà un caso…), c’è qualcosa di vero nelle proposte governative di introdurre un’imposta (di bollo?) per i versamenti in contanti in banca superiori a una certa soglia (200 euro giornalieri), immagino come misura antievasione e per scoraggiare l’utilizzo del contante come mezzo di pagamento delle transazioni commerciali avvenute a monte del versamento.

Se non si tratta di uno scherzo di carnevale, allora c’è davvero di che preoccuparsi, non tanto per una misura che dubito possa essere seriamente attuata senza cadere nel ridicolo, ma per lo stato confusionale del Governo in materia di tassazione, che non porterà a nulla di buono neanche su altri e più seri terreni.

Nel merito della proposta, a caldo rileverei che:

1) una miriade di attività commerciali incassano fisiologicamente una parte cospicua dei loro introiti in contanti. Bar, ristoranti, tabaccherie, giornalai, panettieri, supermercati e via discorrendo. Imporre a questi soggetti un’imposta sui versamenti di contante in banca sarebbe privo di senso, e senza alcun impatto sul rischio di evasione, giacché molte di quelle attività non sono a rischio di evasione, e per altre il pagamento con carte provocherebbe uno sconquasso; a meno che non si pensi di convincere gli italiani ad utilizzare bancomat e carte elettroniche per pochi spiccioli di spesa, al prezzo di paralizzare molte attività commerciali (penso al bar sotto casa affollato la mattina presto, e immagino le code da incubo alla cassa per l’utilizzo di carte elettroniche per ogni caffè e brioche…);

2) chi incassa i propri proventi “in nero”, non è di solito così fesso da depositare le somme percepite in banca, col rischio di un’indagine finanziaria e della presunzione “versamenti uguale ricavi non contabilizzati”;

3) e per quelli che ancora decidono di correre il rischio o non si rendono conto di correrlo (pare ce ne siano ancora), depositando il “nero” in banca, l’applicazione di un’imposta non farebbe che accendere i riflettori e far astenere dal versamento anche i più “temerari”, privando così l’amministrazione di uno strumento di controllo;

4) per quanto detto sopra, mi sembra altamente improbabile che un soggetto in grado di incassare “in nero” (per la tipologia di clientela, la flessibilità organizzativa, etc.), decida di cambiare abitudini e palesarsi al fisco solo perché il versamento in banca implica il pagamento di un’imposta. E’ ovvio infatti che basterebbe evitare il versamento in banca, che peraltro già oggi credo sia un fenomeno residuale visti i rischi di cui sopra;  d'altra parte una misura del genere avrebbe impatto zero sulle abitudini dei clienti e porterebbe in molti casi ad un aumento dei prezzi causato dalla  traslazione a valle dell'imposta; 

5) last but not least, un’imposta sui versamenti di denaro contante in banca non è giustificabile sul piano di una capacità economica qualificata e differenziata (quale maggiore ability to pay rileva chi, magari per il tipo di attività svolta, incassa in contanti anziché con strumenti elettronici di pagamento?). E’ vero che il principio di uguaglianza tributaria sembra ormai, dopo la sentenza sulla Robin Tax, un diritto di “serie B”, ma non è detto che l’atteggiamento della Corte Costituzionale non possa in futuro cambiare. In fondo la speranza è l’ultima a morire.

 

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