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Home Economia, diritto e tassazione Per la Corte Cost. la Robin Tax è incostituzionale, ma "chi ha dato ha dato"
Per la Corte Cost. la Robin Tax è incostituzionale, ma "chi ha dato ha dato" PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Mercoledì 11 Febbraio 2015 14:57

La Corte Costituzionale, con una sentenza depositata oggi (n. 10 del 2015), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della cd. “Robin Hood Tax”, ovvero l’addizionale Ires applicata alle società operanti nel settore petrolifero e dell’energia.

La cosa, personalmente, non mi sorprende: avevo riflettuto sul tema in varie occasioni, da ultimo anche in un paragrafo del mio ultimo libro (cap. XI, par. 12), giungendo a conclusioni sostanzialmente analoghe a quelle valorizzate dalla Corte.

Tra l’altro l’addizionale, concepita per colpire in modo selettivo sovraprofitti asseritamente realizzati in una favorevole congiuntura economica di rialzo del prezzo delle materie prime, tassava in realtà l’intero utile societario di soggetti individuati esclusivamente in relazione a parametri dimensionali non necessariamente correlati con l’ipotizzata capacità di produrre sovraprofitti, ed aveva assunto carattere strutturale e di sistema, contraddicendo così il carattere congiunturale della misura. Elementi dai quali era agevole intuire il carattere ingiustamente discriminatorio dell’addizionale, e la violazione del principio di uguaglianza tributaria, ovvero degli arrt. 3 e 53 della Costituzione.

Ciò che invece più sorprende, nella sentenza della Corte, è la limitazione degli effetti della sentenza, che vengono fatti operare soltanto per il futuro. In controtendenza rispetto alla consueta retroattività delle sentenze di accoglimento, col solo limite dei rapporti esauriti, la Corte ha espressamente limitato gli effetti della propria pronuncia, sancendone l’irretroattività. E ciò sulla base di esigenze di bilancio e ponderazione tra diversi parametri costituzionali; per la Corte, “l’applicazione retroattiva della presente declaratoria di illegittimità costituzionale determinerebbbe anzitutto una grave violazione dell’equilibrio di bilancio ai sensi dell’art. 81 Cost.”, e “uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva”.

In questo modo la Corte finisce di fatto per negare giustizia ai ricorrenti in via incidentale, e per considerare dei “diritti minori” il principio di uguaglianza tributaria e quello ad un equo riparto dei carichi pubblici presidiato dall’art. 53 (che pure la stessa Corte ha ritenuto violati nel caso di specie): questi ultimi sarebbero infatti recessivi rispetto all’art. 81 sull’equilibrio del bilancio. Ma se si accetta questo genere di “gradualità nell’attuazione dei valori costituzionali”, si legittima ogni tipo di imposizione, anche la più bizzarra e contraria ai principi di uguaglianza e capacità contributiva, posto che il gettito resterà comunque acquisito. Il legislatore potrebbe progettare un’imposta sui calvi, che ovviamente sarebbe dopo qualche anno bocciata, poi un’imposta sui biondi, una sui celibi, e così via. Le bocciature costituzionali resterebbero infatti senza conseguenze, posto che ad un’imposta dichiarata incostituzionale basterebbe sostituirne una diversa, senza alcuna conseguenza sul gettito passato.

Profondamente sbagliato è poi l’argomento secondo cui “le conseguenze complessive della rimozione con effetto retroattivo della normativa impugnata finirebbero per richiedere, in un periodo di perdurante crisi economica e finanziaria che pesa sulla fasce più deboli, una irragionevole redistribuzione della ricchezza a vantaggio di quegli operatori economici che possono avere invece beneficiato di una congiuntura favorevole. Si determinerebbe così un irrimediabile pregiudizio delle esigenze di solidarietà sociale con grave violazione degli artt. 2 e 3 Cost.”. Questa divagazione appare totalmente fuori tema: il compito della Corte è stabilire se una determinata legge (in questo caso tributaria) sia o meno rispettosa dei parametri costituzionali, non sindacare le conseguenze politico-sociali del venir meno di una norma incostituzionale, dando oltretutto per scontato che alle minori entrate (connesse alla norma dichiarata incostituzionale) si dovrà sopperire con altre entrate – e non invece, sia mai, con una riduzione delle spese - che chissà perché poi dovrebbero pesare sui soggetti più deboli.

Il richiamo alla “solidarietà sociale” qui non c’entra nulla, così come non ha senso evocare il rischio di una “redistribuzione” a favore di quegli stessi soggetti cui si applicava la misura giudicata incostituzionale, e che quindi erano dalla stessa ingiustamente penalizzati: è semplicemente assurdo ritenere irragionevole la “discriminazione” operata dall’addizionale Ires, e considerare un attimo dopo irragionevole anche la “redistribuzione” che consegue all’eliminazione della prima irragionevolezza! A me questa sembra una vera e propria arrampicata sugli specchi con cui la Corte ha sostanzialmente abdicato al proprio ruolo, a favore di una malintesa “ragion di Stato” che fa rima con un beffardo “chi ha dato ha dato”.

 

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