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Home Economia, diritto e tassazione La restituzione dell'Iva ai consumatori finali tra proposta politica e fattibilità giuridica
La restituzione dell'Iva ai consumatori finali tra proposta politica e fattibilità giuridica PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Martedì 03 Febbraio 2015 19:36

Sul sito di “Italia Unica” compaiono alcune proposte di riforma del fisco, tra cui la “restituzione del 50% dell’Iva a chi paga con bancomat”.

In dettaglio, Italia Unica propone, al fine di incentivare i consumi e contrastare l’evasione e l’illegalità, “un premio per i consumatori che scelgono di fare acquisti con sistemi di pagamento elettronici, come bancomat e carte di credito: un assegno trimestrale pari al 50% dell’Iva versata sugli acquisti ad aliquota ordinaria sotto i 1000 euro. Basterà fornire al fisco le ricevute dei pagamenti elettronici effettuati: scontrino parlante e ricevuta POS”.

Su tale proposta, per quanto appena abbozzata, si possono svolgere alcune riflessioni. Anzitutto, la restituzione di una quota dell’Iva, in quanto tale, non sembra compatibile con le regole europee, piuttosto rigide nel pretendere dagli Stati membri la esatta riscossione delle imposte dovute. Molti ricorderanno del resto la sorte del condono fiscale Iva, ritenuto in contrasto con le direttive comunitarie. Non vedo, dunque, come possa essere rimborsata dallo Stato italiano ai consumatori finali una quota dell’Iva riscossa, senza incorrere in una procedura di infrazione. Le deroghe previste dalla Direttiva per semplificare la riscossione o per evitare evasioni o elusioni fiscali non potrebbero a mio avviso essere invocate, la prima perché non pertinente (quale sarebbe la semplificazione?) e la seconda, che allude in realtà a regole procedimentali quali il reverse charge, in quanto la restituzione si riferirebbe per definizione ad un’imposta già, almeno in ipotesi, incamerata dallo Stato (visto che il pagamento con mezzi di pagamento tracciati è di per sé uno strumento di contrasto all’evasione). Insomma, mi sembra paradossale che, per contrastare l’evasione, lo Stato rinunci ad un gettito già certo! La restituzione di quote dell’Iva ai consumatori finali mediante “assegni trimestrali” è insomma ad oggi impraticabile per la sua contrarietà al sistema comunitario.

Ma anche ammessa la sua fattibilità, la generalizzata restituzione dell’Iva ai consumatori appare per più versi inopportuna. Intanto, la restituzione dell’Iva rischia di intervenire su acquisti che sarebbero comunque stati effettuati con sistemi di pagamento tracciati e con il versamento dell’imposta da parte del fornitore (si pensi ad acquisti effettuati presso la grande distribuzione organizzata); dunque la restituzione genererebbe soltanto una perdita di gettito senza alcun beneficio in termini di recupero dell’evasione. Peraltro, se immaginiamo una richiesta di restituzione di 100 euro (grosso modo la metà dell’Iva ordinaria su acquisti inferiori a 1000 euro) da parte di – diciamo – venti milioni di contribuenti, si arriverebbe alla non trascurabile cifra di 2 miliardi di euro annui di mancato gettito Iva.

Se invece la proposta di Italia Unica intende agevolare i consumi finali di beni e servizi, attraverso una indiretta riduzione del prezzo di vendita (attuata rinunciando ad una quota delle entrate tributarie), la stessa andrebbe allora mirata sui soggetti più bisognosi. Che senso avrebbe infatti una restituzione dell’Iva a pioggia, anche ai ricchi “brutti e cattivi”? Semmai una misura del genere – anche ammessa per un attimo la sua fattibilità giuridica – andrebbe concentrata sui meno abbienti, attuando una sorta di tutela del minimo vitale nell’ambito dell’imposta sui consumi.

Supponiamo invece che la proposta di Italia Unica non voglia restituire il 50% dell’Iva versata, ma piuttosto concedere, in sede di dichiarazione annuale, una deduzione o detrazione dall’imposta sul reddito, commisurata ad una parte del prezzo di acquisto dei beni e servizi. Si ricadrebbe allora in una delle tante versioni del mito, illusorio, del “contrasto di interessi” come mezzo di “lotta all’evasione”. Il contrasto funziona infatti abbastanza bene se si tratta di acquisti di elevato valore unitario che riguardano un numero limitato di operazioni (si pensi alle spese di ristrutturazione edilizia), mentre applicandolo su vasta scala per operazioni di piccolo e ordinario consumo l’Amministrazione si troverebbe a dover controllare la documentazione sottostante a molti milioni di dichiarazioni presentate da contribuenti che potrebbero essere tentati di “fare la cresta” sugli acquisti effettuati. Come l’esperienza empirica insegna, poi, l’Agenzia non è riuscita in passato a controllare nemmeno le imprese edilizie di ristrutturazione che pure erano state pagate con bonifico bancario dal cliente che aveva chiesto la deduzione delle spese di ristrutturazione, figuriamoci se riuscirebbe a controllare analiticamente tutti coloro che hanno emesso uno scontrino o una ricevuta pagata col bancomat. Senza poi contare che, come l’esperienza insegna, a uno “sconto fiscale” pari a circa il 10 per cento del prezzo di vendita il fornitore potrebbe reagire concedendo al cliente uno sconto un po’ più alto a fronte del pagamento “in nero”.

 

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