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Home Economia, diritto e tassazione I contributi previdenziali sono tributi?
I contributi previdenziali sono tributi? PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Sabato 31 Gennaio 2015 19:22

La pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo della legge Fornero sulle pensioni presenta molti profili di interesse, alcuni dei quali già evidenziati da Raffaello Lupi nel suo post “Corte Costituzionale previdenza e scorciatoria delle leggi di bilancio”, su www.fondazionestuditributari.com.

Non so se i giudici costituzionali si siano posti il problema della natura giuridica dei contributi previdenziali, che se classificati tra i tributi avrebbero consentito di motivare la sentenza col divieto di referendum abrogativo in materia di leggi tributarie; non so dunque nemmeno se eventualmente, essendosi posto il problema, lo abbiano implicitamente risolto negativamente. Certo è che si tratta di un tema dibattuto, e anche se l’opinione tradizionale esclude la natura tributaria dei contributi, non manca invece chi autorevolmente la afferma (come Mattia Persiani o, tra i tributaristi e di recente, Paolo Puri). La mia personale impressione è che l’ordinamento consideri i contributi come prestazioni patrimoniali imposte (soggette alla riserva di legge ex 'art. 23 Cost.) non aventi natura tributaria ma di salario previdenziale differito, come attesta la deducibilità dei contributi dal reddito imponibile (che non potrebbe nemmeno concettualmente operare se i contributi fossero anch’essi imposte sul reddito) o l’inquadramento delle pensioni tra i redditi di lavoro dipendente (che ha senso solo se si considerano le pensioni un salario percepito in via differita).

Posso sbagliarmi, ma le ragioni per non attribuire natura tributaria ai contributi mi sembrano ancora prevalenti, soprattutto dopo l’avvio del sistema contributivo. Classificare invece i contributi previdenziali tra le imposte (sia pure con vincolo di destinazione) non resterebbe senza conseguenze e farebbe emergere contraddizioni non facilmente sanabili. E non tanto per aspetti particolari che probabilmente esulano dall’interesse generale (come l’estensione della giurisdizione delle commissioni tributarie a scapito di quella del giudice del lavoro), ma per questioni di sostanza che toccherebbero tutti. Se infatti si accoglie la natura tributaria dei contributi, vale  allora anche per essi la metafora di Blum e Kalven delle imposte come “common disaster”, soldi raccolti e poi buttati a mare. Nessun contributo potrebbe mai essere restituito, ancorché il lavoratore che ha effettuato i versamenti non maturi poi i requisiti per la pensione (penso ad esempio ai cd. “contributi silenti” versati alla gestione separata INPS), proprio perché le imposte sono una decurtazione a titolo definitivo e non attribuiscono il diritto di ricevere alcun specifico servizio o beneficio. E nessun vincolo di ragionevolezza sussistebbe nel correlare le prestazioni previdenziali ai contributi versati durante la vita lavorativa. Non si vede in effetti perché le pensioni dovrebbero spettare soltanto a coloro che hanno svolto un’attività lavorativa ed essere commisurate a quanto versato, e non invece essere erogate indifferentemente a tutti, indipendentemente dall’aver lavorato o vissuto nell’ozio, e in identica misura.

Resterebbe poi da giustificare perché, a parità di capacità economica, dovrebbero concorrere alle spese previdenziali soltanto i lavoratori, e non invece i titolari di altri redditi, ad esempio fondiari o di capitale. Se i contributi previdenziali sono imposte,  allora gli stessi devono fondarsi sull’ability to pay e sull’art. 53 della Costituzione, e per essi si pone un’esigenza di rispetto di quello di uguaglianza tributaria. Si avrebbe invece una curiosa ulteriore “differenziazione qualitativa” dei redditi all’incontrario, in cui i titolari di redditi di lavoro (ma non di altri redditi fondati sul capitale e unearned) contribuiscono ai servizi previdenziali resi dallo Stato, senza maturare alcun diritto in cambio.

Chi sostiene la natura tributaria dei contributi, fa poi leva sul sistema a ripartizione: non essendoci un capitale previdenziale accantonato (come accade invece nella previdenza integrativa), non vi sarebbero legami o nessi causali tra quanto versato oggi per pagare gli attuali pensionati, e quanto si riceverà domani a titolo di pensione grazie ai contributi delle future generazioni. In realtà, quel che conta è se maturi un'aspettativa previdenziale giuridicamente tutelata a ricevere un trattamento pensionistico correlato all'ammontare dei contributi versati (il che è proprio quanto accade col metodo contributivo), non le future fonti finanziarie di tale trattamento. 

 

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