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Home Economia, diritto e tassazione L'imposta progressiva sul reddito al tempo della crisi: un tributo per pochi votato da tutti?
L'imposta progressiva sul reddito al tempo della crisi: un tributo per pochi votato da tutti? PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Sabato 17 Gennaio 2015 10:26

In un recente articolo apparso sull’Economist (Vol. 412, N. 8905, 20th-26th September 2014, dal titolo “Too reliant on the few”, pagg. 13-14), sono riportati dei dati che sembrano sfatare la convinzione secondo cui le imposte sul reddito non sarebbero abbastanza progressive,

e che la parte più abbiente della popolazione non contribuirebbe in modo adeguato alle ricchezze possedute, ostacolando così l’operare di politiche redistributive: per contrastare la crescente concentrazione della ricchezza in una piccola parte della popolazione, e la connessa disuguaglianza nella distribuzione delle risorse, occorrerebbe dunque utilizzare l’imposta in chiave redistributiva, per trasferire queste ultime da più ai meno abbienti.

Di solito, queste tesi si sviluppano in proposte di forte innalzamento (fino all’ottanta per cento e oltre) dell’aliquota progressiva sui top incomes, di cui sono un emblema quelli posseduti dal centesimo percentile più ricco della popolazione, il fatidico “the one per cent”. I dati riportati dall’Economist sembrano tuttavia indicare una realtà diversa, in cui già oggi il peso dell’imposta sul reddito grava, almeno in alcuni importanti Paesi occidentali, principalmente sulle fasce più agiate della popolazione.

E così, dall’articolo su citato emerge che in Gran Bretagna il numero degli occupati è incrementato nell’ultimo quinquennio di 1,3 milioni di unità, mentre il numero di contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito è diminuito di 2,2 milioni, e che negli Stati Uniti più del 40 per cento delle famiglie non paga l’imposta sul reddito. Per contro, l’1 per cento dei lavoratori più pagati in Gran Bretagna contribuisce al 28% del gettito dell’income tax, percentuale che negli Stati Uniti raggiunge il 46%: in entrambi i casi queste quote sono oggi molto più elevate di quanto erano nel 1979 (rispettivamente l’11 e il 18 per cento).La stessa concentrazione si troverebbe poi nell’imposta sui redditi societari dei Paesi su indicati, pagata in grande misura da pochi soggetti.

Guardando alla situazione italiana, dalle statistiche delle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (quelle relative all’anno di imposta 2012), emerge che il ventile più elevato (cioè il 5% più ricco della popolazione) possiede il 22,7 del reddito complessivo, ma contribuisce al gettito Irpef (imposta netta) con una quota del 37,8 per cento. Per converso, oltre 10 milioni di contribuenti, cioè circa un quarto del totale, non pagano alcuna imposta per effetto di esenzioni e detrazioni, e il 40 per cento della popolazione meno abbiente contribuisce all’Irpef con un’imposta netta media inferiore a mille euro.

Questi dati, per quanto parziali e certamente soltanto indicativi, si prestano a diverse chiavi di lettura. Anzitutto, gli stessi evidenziano in controluce una elevata concentrazione dei redditi, probabilmente accentuata dalla crisi, che ha fatto aumentare il numero delle persone disoccupate o determinato per gli occupati una stagnazione se non una diminuzione dei salari (anche per la perdita di produttività, dovuta tra l’altro alla caduta degli investimenti, che nel frattempo vi è stata). La gran parte del gettito dell’imposta sul reddito deriva dagli strati sociali più abbienti, anche perché è in tali strati sociali che i redditi di concentrano, con relativo impoverimento di tutti gli altri.

Dall’altro lato, però, evidenziano come il peso dell’imposta progressiva sul reddito, architrave di tutti i moderni sistemi tributari, si sia anch’esso “progressivamente” spostato sui contribuenti più benestanti, che già oggi contribuiscono in parte preponderante al gettito. E ciò non solo per l’operare di aliquote progressive su redditi elevati dichiarati da un numero esiguo di contribuenti (in Italia meno di trentamila soggetti su un totale di oltre 41 milioni di contribuenti dichiarano redditi superiori a 300 mila euro), ma altresì per l’introduzione in molti Paesi – quale strumento di sollievo dalla perdurante crisi economica - di più generose fasce di esenzione e di imposte negative per i contribuenti meno abbienti, di cui dà conto anche il su citato articolo dell’Economist.

Anche senza evocare i rischi insiti nell’effetto sostituzione e il disincentivo alla produzione provocato da aliquote troppo elevate, non mi sembra allora, alla luce dei dati su riportati, che si possa rispondere al problema della disuguaglianza e dell’elevata concentrazione nella distribuzione dei redditi con semplicistiche proposte di innalzamento delle aliquote marginali dell’imposta sul reddito complessivo degli individui, che peraltro, come da molti evidenziato, colpirebbero quasi esclusivamente i redditi di lavoro, data l’attuale struttura delle imposte progressive sul reddito, che coesistono con regimi sostitutivi proporzionali applicati a importanti categorie reddituali, come quelle di capitale (su qs. aspetti rinvio al mio La giustificazione sociale dell’imposta, Il Mulino 2014): il combinato operare della suddetta “concentrazione” dei redditi nei ceti più abbienti e l’accesso di ampie fasce della popolazione alla no tax area rischia infatti già oggi di far perdere all’imposta personale progressiva sul reddito il suo carattere di “universalità”, che la connota almeno a partire dalla rivoluzione francese, fino al paradosso di una sua trasformazione in senso classista e antidemocratico; la stessa, cioè, pur essendo votata dalla maggioranza della popolazione (attraverso i propri rappresentanti parlamentari), si applica di fatto ad una minoranza di cittadini, quelli più dotati economicamente, validando così a posteriori le critiche – per certi versi profetiche – che alla stessa sono state mosse in passato (da Sidgwick, Hayek, e altri pensatori).

Discorso diverso potrebbe semmai essere fatto per la tassazione dei patrimoni, giacché in questo caso all’elevata concentrazione non sembra accompagnarsi anche un’elevata tassazione a carico dei maggiori possidenti. I problemi però qui sono altri: in primis problemi di liquidità del presupposto (l’imposta patrimoniale può essere assolta solo se a latere esistono dei redditi con cui pagarla, poiché in caso contrario l’imposta costringe a vendere il cespite o se va bene a ipotecarlo), e soprattutto il dilemma di come trattare i patrimoni produttivi, investiti in azioni, quote e partecipazioni societarie, in cui il “valore” del patrimonio individuale è investito negli avviamenti societari e nelle aziende sottostanti, cioè in beni che – anche senza diventare giuridicamente “patrimonio della collettività” – rappresentano pur sempre delle fonti produttive che occorre preservare, nell’interesse di tutti, ed a cui non sembra molto sensato applicare de plano uno dei postulati della tassazione patrimoniale, cioè l’essere il patrimonio una “riserva potenziale di consumi futuri”, giacché per il titolare di un’azienda o il socio di maggioranza di una società il capitale produttivo posseduto assolve principalmente ad altre funzioni, in senso lato “sociali”.

All’obiezione secondo cui il risparmio e la ricchezza oggetto di investimento non diventano «beni comuni», restando saldamente nelle mani del loro proprietario, si può cioè obiettare che in fondo ciò che conta ai fini della valutazione sociale della ricchezza tassabile è la capacità dell’investimento produttivo di generare «esternalità positive» (in termini di occupazione, sviluppo tecnologico, aumento del prodotto interno lordo, alimentazione di flussi reddituali che si diffondono nella collettività, etc.), indipendentemente dal controllo privato delle fonti produttive.

 

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