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Home Economia, diritto e tassazione Ipotesi di trasformazione del canone Rai tra poll tax e imposta di scopo
Ipotesi di trasformazione del canone Rai tra poll tax e imposta di scopo PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Dario Stevanato   
Martedì 28 Ottobre 2014 16:21

Notizie di stampa informano che sarebbe in corso la trasformazione del “canone Rai”, con l’obiettivo di spalmarlo su una più ampia platea di soggetti rispetto a quella che attualmente lo paga, disancorandola dal possesso di apparecchi radiotv e  modulandola in relazione

al reddito o alla posizione patrimoniale complessiva (tratta dai dati “Isee”) dei singoli. E’ noto che la Corte Costituzionale ha in più occasioni (n. 219/1989; n. 282/2002) affermato la natura di vera e propria “imposta” del canone radiotelevisivo, affermando che lo stesso è dovuto, indipendentemente dalla effettiva fruizione o dalla stessa possibilità di ricevere le trasmissione dei canali radio e tv pubblici, per il semplice fatto di possedere un apparecchio astrattamente idoneo alla ricezione: insomma, una mini-patrimoniale finalizzata al finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo, ovvero un’imposta di scopo.

Questa impostazione, con cui la Corte aveva inteso salvare il canone dai dubbi di costituzionalità posti da chi non era nella condizione di poter ricevere le trasmissioni via etere, è sempre apparsa assai poco convincente sul piano della sussistenza di una effettiva ricchezza idonea al prelievo; in effetti, il possesso di un apparecchio tv non evidenzia alcuna differenziata e qualificata capacità di contribuire alle spese pubbliche, più di quanto non la evidenzi un frigorifero o un tostapane. Questa grottesca mini-patrimoniale sugli apparecchi tv potrebbe tuttavia a breve essere superata in via normativa, con la trasformazione del canone in un contributo dovuto da tutta la cittadinanza, lievemente modulato in base all’entità del reddito posseduto (si parla di un canone compreso tra i 30 e gli 80 euro, a seconda del reddito del singolo contribuente). Se attuata, una proposta del genere trasformerebbe il canone in una “capitation tax”, dovuta da ogni cittadino per il solo fatto di appartenere ad una collettività destinataria in modo indifferenziato di un servizio pubblico di trasmissioni radiotelevisive, in cui il reddito o la ricchezza non fungerebbe da presupposto dell’imposizione, ma da mero parametro per la determinazione concreta della misura dell’obbligo di pagamento (salvo verificare se vi saranno dei soggetti esonerati in ragione dei bassi redditi posseduti).

Certo, per alcuni aspetti si può comprendere che le spese di funzionamento della Rai (se proprio si vuole mantenere un servizio pubblico nello specifico settore, questo  andrebbe però riqualificato come tale, con più informazione e cultura e meno intrattenimento, ma questo è un altro discorso e un’opinione personale) siano finanziate attraverso un’imposta, dato che le trasmissioni via etere, non essendo criptate, costituiscono un tipico bene pubblico puro, non escludibile, mentre per trasformare il canone in una “tassa” o in una tariffa, occorrerebbe condizionare l’accesso alle trasmissioni alla sottoscrizione di un abbonamento, come accade con i canali tv a pagamento (come quello di Sky).

Però a questo punto non è chiaro perché non finanziare questo servizio attraverso la fiscalità generale, anziché attraverso una apposita “poll tax” dovuta da tutti i cittadini: l’idea dell’imposta di scopo appare in primo luogo in controtendenza rispetto alla generalizzata mancanza di un vincolo di destinazione nel gettito dei tributi non commutativi, e dall’altro potrebbe generare inefficienze allocative. Mentre infatti la tassa è concepita per coprire i costi di gestione e funzionamento del servizio, l’imposta di scopo genera un gettito ancorato alla ricchezza dei contribuenti che potrebbe risultate insufficiente o, all’opposto, sovrabbondante rispetto agli obiettivi di finanziamento e ad un efficiente utilizzo delle risorse raccolte.

Insomma, se appare molto difficile concepire il canone Rai come una “tassa” dato il carattere indivisibile del servizio e la sua non escludibilità, non è detto che la sua trasformazione in una capitation tax sia la soluzione migliore per finanziare spese che, non essendo poi diverse da quelle di funzionamento di molti altri servizi pubblici indivisibili, potrebbero benissimo essere poste a carico della fiscalità generale.

 

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