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Home Economia, diritto e tassazione Sistemiamo i giudici (nella tassazione attraverso le aziende!)
Sistemiamo i giudici (nella tassazione attraverso le aziende!) PDF Stampa E-mail
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Economia, diritto e tributi
Scritto da Raffaello Lupi   
Martedì 15 Febbraio 2011 16:10

"Sistemare i giudici" vuol dire chiedersi quale sia il loro posto in una materia di matrice amministrativistica. Dove cioè i privati interagiscono  con una autorità pubblica, che costituisce il primo punto di riferimento della nostra materia. Un punto di riferimento "amministrativistico" che nel tempo è stato anche l'unico, quando il solo ricorso contro i provvedimenti  fiscali era quello gerarchico-politico;  è una premessa essenziale per inserire il  giudice sulla matrice amministrativistica del diritto tributario, come "controllore dell'azione amministrativa".

 

Non è quindi il giudice che in prima battuta determina la ricchezza ai fini tributari, nè che interpreta la normativa tributaria, nè che decide se c'è un abuso del diritto. Egli valuta come la amministrazione ha determinato la ricchezza, come ha interpretato la normativa e quant'altro. Non spetta al giudice nè la "lotta all'evvasione", nè la "richiesta delle imposte". L'intervento del giudice è mediato da quello dell'amministrazione, e per questo è fuori luogo parlare persino di "onere della prova" nel processo tributario, così come è fuori luogo concepire il processo tributario come "due parti che litigano col giudice che decide a chi dare ragione": su questo sfondo bisogna ragionare con buonsenso, e quindi, nel giudizio di impugnazione contro gli atti del fisco, valorizzare eventuali argomenti di determinazione della ricchezza che sono impliciti nella questione, anche se non evidenziati nell'atto  impugnato: è questo il terreno dell'impugnazione-merito, in una cornice amministrativistico-istituzionale del diritto tributario, ed è un discorso che dovremo riprendere su dialoghi. Quello che per ora bisogna precisare, in via preliminare, è che la giurisprudenza non ha il compito di insegnare, ma di sistemare controversie, e che è meglio una giurisprudenza che decide bene, motivando male, di una che decide male motivando bene. Il compito è di rendere giustizia, e non a caso un tempo le sentenze non erano neppure motivate, in quanto la motivazione serve come controllo rispetto ad eventuali abusi, non come dimostrazione dell'erudizione del giudice , della quale , francamente, non importa nulla a nessuno. Invece, nella mentalità avvocatesco positivistica, dove riflettere pare brutto, ma ci si deve presentare come "telecomandati dalla legge o comunque da qualcos'altro", si tende a mettere in ombra i passaggi cruciali delle decisioni, che sono anche i più impegnativi ed imbarazzanti. E si tende ad autoproteggersi con una serie di discorsi non pertinenti, ed anche con una cortina fumogena di obiter dicta, che magari sono giusti nel caso concreto ma fuorvianti se generalizzati. E diventano vere e proprie mine vaganti in un contesto dove ognuno sostiene quello che gli fa comodo, senza spiegarne il fondamento in via autonoma, in base a una riflessione, ma usando frasi  stereotipe , e dicendo che l'ha detto qualcun altro. Il filo conduttore è "lo so che è assurdo, ma lo dice la legge...lo so che è assurdo ma lo dice la cassazione"..perchè i materiali, diventati "feticci" si rivoltano contro gli uomini, o meglio  sono usati strumentalmente da altri uomini, impauriti dalla fatica o dalla responsabilità di ragionare. Le motivazioni delle sentenze sono  un mero strumento di controllo sociale della funzione giurisdizionale,  ma il compito delle sentenze non è di fare dottrina, quanto di decidere bene. Elevare le sentenze tributarie ad  "insegnamento" è uno dei tanti riflessi del fallimento della sistematizzazione e dell'insegnamento di chi avrebbe dovuto istituzionalmente svolgere questi compiti, cioè dell'accademia. Che non ha detto cose sbagliate, ma semplicemente non ha detto nulla che andasse al di là della "legislazione fiscale", debitamente complicata per darsi una apparenza di equivoca "scientificità". Il disorientamento dell'opinione pubblica, di cui sono vittima anche i giudici, dipende anche da questo.

 

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