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Aziende , fisco e festa del lavoro PDF Stampa E-mail
Scritto da Raffaello Lupi   

Oggi è il primo maggio e vanno in scena i grandi equivoci della nostra mancata alfabetizzazione sulle aziende e sull'economia. Si comincia a capire che le aziende non sono solo un luogo dove "si sfrutta" , ma dove si crea lavoro, dove si contribuisce all'organizzazione sociale. E che senza le aziende

si sarebbe sfruttati dalla natura, dalla necessità di trovarci il cibo e di soddisfare le necessità personali, ognuno per proprio  conto. Le aziende non sono "persone", quanto "strutture impersonali formate da tante  persone che lavorano in ruoli diversi, o apportano risorse a loro volta derivanti dal lavoro. Perchè non tutto il lavoro porta risorse, e tutte derivano dal lavoro nell'organizzazione sociale, ma non divaghiamo e rinviamo casomai al quarto capitolo del manuale giuridico di scienza delle finanze. Questo articolo di Edoardo Nesi, pubblicato sul corriere della sera di oggi, ci ricorda che anche l'imprenditore "lavora" . L'azienda è quindi  un segmento  dell'organizzazione sociale, che lavora pure per il fisco, a fare l'esattore delle imposte senza essere pagato,  come sappiamo noi che frequentiamo questo sito. Al di là della leggenda se siamo davvero il secondo paese manifatturiero d'europa, le aziende sono una ricchezza collettiva gestita dagli imprenditori per diritto di sangue, in quanto ormai quasi tutti eredi di coloro che le hanno create. Ed anche lo stesso Nesi, come racconta nel primo dei suoi libri, era imprenditore per nascita, non per azione personale. Quello che forse sfugge a Nesi è il processo  descritto  nel manuale giuridico di scienza delle finanze, dove le aziende si istituzionalizzano , e diventano imprenditori i managers, con quote di capitale, con stock options, e si va verso il "capitalismo renano", dove i capitani di industria interagiscono coi sindacati, con le banche , con potere politico. E tutti fanno gruppo, si organizzano, mentre da noi si becchettano. E il nostro secondo manifatturiero d'europa, ammesso che lo siamo  davvero,   non è capitalismo renano ma è solo nano. Non per colpa degli  imprenditori , ma per colpa dell'ambiente , che ha sempre bisogno di uno che si prenda le responsabilità, di un occhio del padrone, di qualcuno che alla fine possa dire "ma qui decido io", perchè altrimenti "troppi galli  a cantar non si fa mai giorno". E' un riflesso del nostro spontaneismo creativo. In Francia e in Germania, evidentemente, riescono a cantare in coro. Noi invece, per i battibecchi  tra imprenditori e lavoratori, tra fisco e dirigenti, rischiamo di far disgregare le aziende. Che poi , essendo strutture impersonali, delle mere metafore, non protestano mai, e non vanno  mai ai talk show. Però a un certo punto si disgregano. E la società dietro di loro. 

altPRIMO MAGGIO DIFFICILE PER TANTE AZIENDE E DIPENDENTI

Appello agli imprenditori: non arrendetevi

I suicidi e le storie di chi resiste

Ogni giorno gli imprenditori mi scrivono, e mi scriveranno anche oggi, in questo Primo Maggio del 2012 che mai come quest'anno sentono essere anche la loro festa. Alla mia mail, su Facebook, su Twitter. Sono piccolissimi, piccoli, grandi, grandissimi imprenditori, e sembrano aver trovato una lingua comune, il bisogno e la voglia di parlare, di farsi ascoltare.
Hanno paura. Sono arrabbiati. Mi confidano gli stessi problemi, mi rivolgono le solite domande. Molti vogliono solo sfogarsi, qualcuno mi chiede consiglio. Quando li incoraggio a non mollare, a trovare dentro di loro la forza e il coraggio che hanno sempre avuto, mi chiedono perché non dovrebbero mollare, oggi.

Perché non dovrebbero chiudere le loro aziende, o aprire concordati a quelle percentuali risibili che la legge consentirebbe loro, o persino fallire? Perché dovrebbero continuare a cercare di resistere all'onda di marea di una globalizzazione indiscutibile e irresistibile, alla scomparsa del credito bancario, al rarefarsi e all'affievolirsi dei loro clienti e dei loro mercati, all'annerirsi quotidiano del sudario di sconforto e pessimismo che copre oggi il nostro Paese? Negli ultimi mesi i loro messaggi sono cambiati. Si sono incattiviti. Hanno sviluppato per i politici un vero e proprio odio, e quest'odio spalmano uniformemente e forse - forse - ingiustamente su tutti i partiti e su tutti i leader. Sono furibondi, offesi dalla leggerezza, dalla spudoratezza di chi hanno mandato in Parlamento. Ogni segno di ingiusto privilegio, ogni furto che viene alla luce è accolto da un furore che mai avevo sentito prima. Come se, per la prima volta nelle loro vite, gli imprenditori sentissero come loro i soldi dello Stato. È un buon segno, forse, questo furore.

Si chiedono, gli imprenditori, cosa vorrà fare il governo della seconda economia manifatturiera d'Europa. Vorrebbero sapere se esiste o no un piano industriale per l'Italia, perché temono che non ce ne sia nessuno; che istituire una strategia per le imprese e per i milioni di loro dipendenti non faccia parte, cioè, delle intenzioni e delle capacità del governo.

Sono stanchi d'essere additati come evasori da chi ogni giorno evade dalla decenza; a loro che sono rimasti sorpresi dalla durezza della battaglia tutta politica sull'articolo 18; a loro che si chiedono perché sia così importante lastricare d'oro la strada alle multinazionali affinché investano in Italia e non per le imprese italiane che ancora esistono e resistono o per quelle che potrebbero nascere. Ecco, alle loro domande io riesco solo a rispondere commosso che, se mollano loro, molla il Paese. Che hanno nelle mani il futuro dell'Italia e dei nostri figli. Che senza di loro non ce la faremo mai. E mi pare di vederli mentre leggono la mia risposta e sorridono e mi danno del figlio di buona donna perché io la mia azienda l'ho venduta otto anni fa. Sì, sorridono e forse un po' si rincuorano, e alla fine fanno quel che faceva il sommo maestro Samuel Beckett, quando scriveva: Non posso continuare. Continuerò .

EDOARDO NESI
Scrittore, ex imprenditore, ultimi libri «Le nostre vite senza ieri» e «Storia della mia mente» (Bompiani)

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