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LA SPIEGAZIONE ANTROPOMORFA DELL’AZIENDA, LE SUE DIMENSIONI, LA RICCHEZZA PROPRIA E QUELLA ALTRUI PDF Stampa E-mail
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L’azienda non si sottrae alla tendenza umana ad utilizzare quello che si conosce per spiegare quello che non si conosce. Come un tempo si personificavano i fiumi, le montagne, i venti e altre entità inanimate, a maggior ragione lo si fa oggi per le organizzazioni sociali, che dopotutto sono fatte da uomini, come appunto l’azienda.  Questa viene vista come un grosso commerciante o un grosso artigiano, traslando su di essa i vizi e le virtù di questi individui. Si trascura così la crescita e l’oggettivizzazione dell’azienda, il suo diventare un gruppo di persone che si condizionano a vicenda e la sua funzione di esattore del fisco.  Tale funzione è strettamente connessa con le dimensioni e con l’organizzazione aziendale, nel senso che la vasta dimensione economica dell’azienda le permette di disporre di ricchezza altrui. L’utile degli autonomi che hanno rapporti con le aziende è da queste evidenziato, con probabilità nella sua interezza, e quindi difficilmente occultabile. L’utile delle industrie invece può essere in una certa misura celato perché si può dichiarare perdita e “imbertarsi tutto l’utile”………

le grandi aziende hanno quindi un certo margine di manovra, in generale, maneggiano ricchezza altrui e la tassano, mentre riescono a occultare meglio la ricchezza del titolare.

Nell’azienda “oggettivizzata” dalle sue dimensioni e dalla sua organizzazione non esiste più un rapporto diretto tra il guadagno del singolo e il guadagno dell’attività dell’impresa, come nel caso degli “autonomi”. Viene meno quello che si può chiamare la sindrome di “che ti alzi a fare la mattina”, che, nel caso in cui ci siano perdite, permea e insidia l’attività della piccola azienda individuale. Se un panettiere a fine anno non ha coperto i costi di produzione sorge spontaneo chiedersi perché produca pane. Per questo l’esercizio di una piccola attività “individuale”, senza dipendenti, si spiega solo con la produzione di un reddito da parte del titolare. In questo caso non c’è una organizzazione da salvaguardare, e la ricchezza che gravita attorno all’attività è prevalentemente relativa al titolare, mancano i dipendenti, e l’iva sui consumi è vissuta come un’imposta propria, perché sono soldi che escono dalle tasche del cliente, ma non entrano in quelle del titolare dell’azienda.

L’azienda di grandi dimensioni invece continua ad esistere anche se il titolare smette di lavorare o delega le mansioni direttive a terzi. Questo non può succedere nel caso di azienda individuale o familiare che vive del lavoro dei titolari. Per questo il lavoro del piccolo imprenditore di un’azienda individuale o familiare è assimilabile al lavoro autonomo.  Proprio perché l’azienda è autosufficiente, senza bisogno del lavoro del titolare per sopravvivere, la si tiene in vita anche se perde, ed è credibile che un’industria alimentare perda per anni, mentre un pasticcere no. Le aziende vere e proprie, con dipendenti e relazioni interne ed esterne, hanno una organizzazione che merita di essere conservata, creano ricchezza per i lavoratori, i fornitori, gli stakeholders e i finanziatori. Sono entità da salvaguardare, anche se perdono. E’ la logica dell’IRAP, che tassa presso l’impresa una ricchezza che non spetta a lei , ma ad altri.  Tutto questo rende più che credibile la continuazione di una azienda in perdita se le dimensioni sono notevoli, e il relativo conto economico può essere destrutturato e analizzato in quest’ottica. Mentre dal conto economico del panettiere c’è ben poco da destrutturare. Per lui non ci sono altri motivi , se non il guadagno immediato, a giustificare l’intensità di impegno in un’attività economica, che è immedesimata con la sua persona. Il panettiere è davvero antropomorfo, l’industria dolciaria no. Ecco perché i consumi familiari del panettiere sono un indice credibile dei ricavi e del reddito della panetteria, mentre lo stesso non si può dire per l’industria dolciaria. Ecco perché le aziende non sono “degli omoni”, e finché continueremo a considerarle tali non capiremo nulla della logica di cui è permeato l’universo aziendale.

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